A pochi mesi dall’addio definitivo al calcio, Joan Gonzalez si è raccontato nuovamente e lo ha fatto a Cronache di Spogliatoio. L’ex centrocampista del Lecce, il quale ha giocato da professionista solo in giallorosso dopo essere cresciuto in particolare nel settore giovanile del Barcellona, è tornato sui suoi primi momenti salentini così come su quello, difficilissimo, dell’addio alla sua professione.
Arrivo nel Salento
“Era l’anno del Covid e fu un mercato particolarmente complicato. Il mio procuratore mi ha svelato questa opportunità, quella di arrivare al Lecce, a metà agosto. Mi piaceva il progetto, volevo fare un’esperienza all’estero e ho deciso di accettare. Mi ricordavo il logo della squadra dai videogiochi, ma non sapevo dove si trovasse sulla mappa”.
Dunque il passaggio dapprima in Primavera. “Abbiamo fatto una buona stagione e l’anno dopo mi hanno chiamato per fare la preparazione con la prima squadra, dove ho fatto bene e sono rimasto con mister Baroni e anche le stagioni immediatamente successive”.
Il problema
Nella primissima fase della stagione 2024/25 ecco lo stop: “Da piccolo avevo qualche extrasistole, dei battiti “fuori tempo”, ma niente di grave perché tanti giocatori ce l’hanno. Durante le visite mediche prima dell’inizio della nuova stagione, però, il dottore ha trovato una morfologia diversa del battito e ha voluto approfondire. A Lecce ho fatto una risonanza magnetica e hanno trovato qualcosa che non capivano bene. Mi hanno detto che non potevo andare in ritiro e che dovevo fare altri esami, a Padova o a Barcellona”.
Da lì gli approfondimenti: “Ho scelto Barcellona per stare vicino alla famiglia. Lì ho fatto una quantità enorme di test: dopo circa un anno mi hanno detto che non potevo più giocare a calcio. È durato tutto da luglio ai primi mesi del 2025, quindi circa un anno”.
“La cosa positiva, se così si può dire, è che è stato un processo di esami talmente lungo che il periodo dell’accettazione è arrivato progressivamente, ho avuto tempo per assimilare ciò che stava succedendo. Quando alla fine mi hanno detto che dovevo fermarmi, un po’ me lo aspettavo. E questo ha reso la notizia meno traumatica. Ho apprezzato che il Lecce mi sia rimasto molto vicino, sono stati splendidi, e non hanno osteggiato nessuna parte burocratica al momento della cessazione della mia attività agonistica standomi accanto e quelli con cui avevo più rapporto mi chiedevano ogni giorno come stessi”.
Fine di un sogno e nuovo percorso
Lì il sogno di proseguire nel calcio si è spezzato: “È durissima. All’inizio pensi solo: ‘Quanto tempo dovrò stare fermo?’. Non immagini mai di dover smettere. Col passare dei mesi inizi a renderti conto che può accadere, e questo ti aiuta un po’ ad accettarlo. La parte più difficile è stata vedere la mia famiglia e la mia fidanzata soffrire per me, però mi sono stati sempre vicino. Abbiamo passato un momento complicato, ma allo stesso tempo è un ricordo bello per il loro sostegno”.
Adesso però c’è una nuova vita: “Stavo già studiando mentre giocavo, ma ora mi sto concentrando di più. Prima facevo mezzo anno accademico in un anno, ora sto cercando di farne uno e mezzo. Voglio prepararmi bene per questa nuova vita. Sicuramente farò qualcosa legato al calcio: non voglio allontanarmi. Non so che ruolo specifico vorrei ricoprire nel calcio, ci sono tante possibilità e continuo a prepararmi. Ora voglio finire l’università”.








