Continuano a fare discutere le decisioni ministeriali (ultima quella odierna su Frosinone-Lecce) relative alle restrizioni, sempre più diffuse, sulle trasferte che interessano i tifosi, quelli giallorossi inclusi. In occasione di Udinese-Lecce tutti i residenti in provincia di Lecce non fidelizzati sono dovuti restare a casa, con gran rammarico da parte di gruppi organizzati di tifosi locali pronti ad accoglierli con lunghe tavolate e terzo tempo annesso. Una storia raccontata in un articolo della FISSC, la Federazione Italiana Supporter Squadre Calcio, la quale ha fatto notare come a pagare il prezzo più alto non possa essere la parte più bella e sana dello sport.
La nota
“1.034 chilometri di passione, amicizie da ritrovare e tavolate pronte ad accogliere i tifosi salentini. La cultura dell’incontro si scontra con le restrizioni alla trasferta.
Ci sono partite che cominciano molto prima del fischio d’inizio. Cominciano quando qualcuno prende il telefono, cerca un amico, organizza un viaggio, prepara una tavolata e immagina che il calcio possa essere, per una volta, quello che tutti dicono di volere: una festa popolare, un incontro tra persone, un’occasione per riconoscersi diversi nei colori ma uguali nella passione.
Udinese-Lecce, almeno nelle intenzioni di chi aveva lavorato per costruire un momento di autentica convivialitĆ , doveva essere anche questo. Non soltanto una partita di campionato, non soltanto novanta minuti da consumare tra un risultato e una classifica. Doveva essere il seguito naturale di un rapporto costruito nel tempo tra le due tifoserie, un appuntamento nel quale l’amicizia non restasse una parola buona per i comunicati, ma diventasse qualcosa da toccare con mano.
I friulani bianconeri avevano preparato tavolate dedicate al terzo tempo. C’erano l’intenzione di stare insieme, il piacere di accogliere gli amici salentini e la volontĆ di dimostrare che il calcio può ancora offrire occasioni d’incontro senza che ogni contatto tra tifoserie debba essere osservato attraverso la lente del sospetto.
Eppure, sulla strada di questo progetto, si ĆØ messa di traverso la decisione di limitare la trasferta dei tifosi del Lecce.
Le restrizioni riguardano i tifosi residenti a Lecce e provincia, per i quali ĆØ previsto l’obbligo della tessera del tifoso e l’acquisto del biglietto esclusivamente per il settore ospiti. Condizioni che incidono concretamente sulla possibilitĆ di partecipare alla trasferta e che riportano al centro una questione ormai ricorrente nel calcio italiano: come conciliare le esigenze di sicurezza con il diritto dei sostenitori di seguire la propria squadra e con la volontĆ delle associazioni di promuovere rapporti pacifici tra tifoserie?
La questione merita di essere affrontata senza scorciatoie. Non si tratta di negare il valore della sicurezza. Nessuno, se ragiona seriamente, può sostenere che la tutela delle persone sia un dettaglio sacrificabile sull’altare della passione. La sicurezza ĆØ un dovere delle istituzioni e deve restare una prioritĆ . Ma proprio perchĆ© ĆØ una cosa seria, merita valutazioni proporzionate, motivate e capaci di distinguere le situazioni, le responsabilitĆ individuali e i comportamenti concreti.
Il problema nasce quando la restrizione diventa la risposta più semplice, senza che all’esterno sia possibile comprendere fino in fondo perchĆ© non si sia riusciti a conciliare la tutela dell’ordine pubblico con la possibilitĆ di vivere una trasferta in condizioni adeguate.
E allora la domanda diventa inevitabile: quale spazio rimane per il dialogo, per la responsabilizzazione delle tifoserie e per le esperienze positive, se anche un’iniziativa costruita intorno all’amicizia rischia di essere ridimensionata prima ancora di cominciare?
Non ĆØ una domanda contro le forze dell’ordine, nĆ© contro chi ha il compito di assumere decisioni delicate. Ć una domanda rivolta a un sistema che dovrebbe saper spiegare le proprie scelte, valutarne gli effetti e interrogarsi sulle alternative possibili. PerchĆ© vietare o limitare può essere necessario in determinate circostanze, ma non può diventare l’unico linguaggio con il quale si governa il rapporto tra calcio e tifosi.
I numeri, intanto, raccontano la misura di questa passione. Tra Lecce e Udine ci sono circa 1.034 chilometri di strada e, secondo il percorso considerato, undici ore di viaggio. Una distanza considerevole, che si traduce in una lunga traversata all’andata e in un’altra al ritorno: ore trascorse tra autostrade, soste, stanchezza e pensieri rivolti a una squadra che non si abbandona.
PerchĆ© il tifoso non viaggia come chi sceglie una destinazione turistica. Viaggia per un’appartenenza. Porta con sĆ© una maglia, un coro, una storia familiare, il ricordo di chi gli ha insegnato ad amare quei colori. E quando parte da Lecce per raggiungere il Friuli, non sta semplicemente coprendo una distanza geografica: sta dando forma concreta alla propria idea di fedeltĆ .
In questo caso, per alcuni protagonisti della vicenda, il viaggio avrebbe avuto anche un significato ulteriore: ritrovare amici, consolidare rapporti e dare continuitĆ a un percorso di collaborazione che non nasce oggi.
Per Antonio Ricciato e Luigino Orlando, impegnati nel mondo dell’associazionismo dei tifosi, il legame tra le realtĆ coinvolte non rappresenta una novitĆ da esibire in una singola occasione. Ć piuttosto una relazione da alimentare, rafforzare e consegnare al futuro. Un lavoro paziente, fatto di contatti, disponibilitĆ e convinzione che il tifo organizzato possa esprimere anche una funzione sociale.
Ecco perchĆ© le tavolate preparate per il terzo tempo assumono un valore che supera quello di un semplice pranzo tra sostenitori di squadre diverse. Sono il simbolo di un’idea di calcio che prova a sottrarsi alla logica dell’eterno conflitto. Un’idea nella quale l’avversario resta avversario sul terreno di gioco, ma non diventa automaticamente un nemico fuori dallo stadio.
In fondo, il terzo tempo dovrebbe ricordarci proprio questo: la partita finisce, le rivalitĆ rimangono, ma esiste uno spazio nel quale le persone possono incontrarsi senza rinunciare alla propria identitĆ . Non occorre cancellare i colori per riconoscere l’umanitĆ di chi ne indossa altri.
Ć una lezione semplice, forse persino elementare. Eppure, nel calcio italiano, continua a sembrare un’ambizione difficile da realizzare.
Gli associati alla F.I.S.S.C., la Federazione Italiana Sostenitori Squadre Calcio, che portano avanti iniziative di fair play e collaborazione tra tifoserie, lavorano proprio in questa direzione. Sono operai di un cantiere invisibile, persone che costruiscono ponti mentre intorno si alzano muri. Non sempre fanno notizia, perchƩ la pacificazione non ha il rumore di uno scontro e una tavolata condivisa non produce le stesse immagini di una curva divisa da cordoni e barriere.
Eppure il loro lavoro ha un valore concreto. Ogni rapporto consolidato, ogni incontro riuscito, ogni iniziativa organizzata nel rispetto delle regole dimostra che le tifoserie non sono un blocco indistinto e che la passione popolare può essere anche responsabilità , partecipazione e capacità di dialogo.
Il loro auspicio ĆØ semplice: vedere quei ponti attraversati da altri tifosi, da altre associazioni, da altre curve. Non per imporre un’amicizia artificiale, nĆ© per cancellare rivalitĆ storiche che appartengono alla cultura del calcio, ma per dimostrare che la rivalitĆ non deve necessariamente trasformarsi in ostilitĆ permanente.
Perché il calcio del muro contro muro non porta da nessuna parte. Produce distanze, irrigidisce le posizioni e finisce per penalizzare anche chi vorrebbe vivere lo stadio nella maniera più genuina. Soprattutto, rischia di rendere invisibili le esperienze positive, come se la normalità di un incontro pacifico fosse un fatto secondario e non, invece, uno degli obiettivi da perseguire.
Qui si annida una delle criticità più profonde del sistema: si invoca spesso la collaborazione dei tifosi, ma occorre poi creare le condizioni perché quella collaborazione possa tradursi in comportamenti verificabili. Si parla di dialogo, ma il dialogo deve avere interlocutori riconosciuti e occasioni reali. Si chiede responsabilità , ma la responsabilità deve poter essere esercitata, valutata e distinta da ciò che eventualmente la contraddice.
Non basta celebrare il fair play quando tutto fila liscio. Il valore di una politica sportiva si misura anche nella capacitĆ di favorire le esperienze positive senza abbassare la guardia sulla sicurezza. Servono valutazioni trasparenti, confronto preventivo, ascolto delle realtĆ associative e, quando le circostanze lo consentono, soluzioni organizzative che permettano ai tifosi di partecipare nel rispetto delle prescrizioni.
Per giudicare nel merito la decisione relativa a Udinese-Lecce occorrerebbe conoscere le motivazioni ufficiali del provvedimento, gli elementi di rischio valutati e le alternative eventualmente esaminate. Senza questi dati, non sarebbe corretto attribuire responsabilitĆ precise o sostenere che le restrizioni fossero certamente evitabili. Ma ĆØ altrettanto legittimo chiedere che decisioni capaci di incidere sulla vita dei sostenitori siano accompagnate da motivazioni comprensibili e da un confronto serio sulle possibilitĆ di gestione.
Ć qui che il calcio italiano dovrebbe misurare la propria maturitĆ . Non nella quantitĆ di divieti che riesce a produrre, ma nella capacitĆ di proteggere le persone senza rinunciare, quando possibile, alla libertĆ di partecipare. Non nel considerare ogni tifoso un problema da contenere, ma nel distinguere chi mette a rischio la sicurezza da chi desidera soltanto sostenere la propria squadra e incontrare i propri amici.
Il pallone, del resto, appartiene anche a questa gente. A chi si alza presto, a chi attraversa l’Italia, a chi risparmia durante la settimana per pagare un biglietto e a chi continua a credere che una partita possa essere molto più di un risultato.
I friulani avevano immaginato una tavolata. I salentini avrebbero voluto esserci, con la loro squadra nel cuore e gli amici da ritrovare. In mezzo, le restrizioni alla trasferta, con l’obbligo della tessera del tifoso e l’accesso riservato al settore ospiti per i residenti a Lecce e provincia. Una situazione che riporta al centro il problema, ancora irrisolto, di come conciliare sicurezza e partecipazione.
La fotografia di questa vicenda, allora, non ĆØ soltanto quella di una curva che rischia di restare lontana dal campo. Ć anche quella di un tavolo apparecchiato per un incontro che il calcio dovrebbe saper valorizzare.
E viene da pensare che il vero paradosso sia proprio questo: mentre alcuni lavorano per avvicinare le persone, il sistema continua a costringerci a discutere di distanze. Mille e trentaquattro chilometri separano Lecce da Udine. Undici ore di viaggio, secondo il percorso considerato. Ma la distanza più difficile da colmare non ĆØ quella che si misura sull’autostrada. Ć quella che si crea quando la volontĆ di dialogare non riesce a trovare uno spazio adeguato nelle decisioni di chi governa il calcio e la sicurezza delle sue manifestazioni.
Ricciato, Orlando e tutti coloro che nella F.I.S.S.C. si impegnano per il fair play sanno che i ponti non si costruiscono in un giorno. Si costruiscono con pazienza, credibilitĆ e continuitĆ . A volte basta una partita per consolidare un’amicizia; altre volte, una restrizione rischia di complicare un percorso che avrebbe meritato di essere accompagnato e valutato con attenzione.
Ma i ponti, per esistere davvero, devono poter essere attraversati.
E il calcio italiano dovrebbe avere il coraggio di chiedersi non soltanto come impedire che qualcosa vada storto, ma anche come consentire che qualcosa di buono possa accadere.
Perché la sicurezza è indispensabile, il rispetto delle regole è irrinunciabile e la responsabilità non è negoziabile. Ma un calcio che non riesce più a riconoscere il valore di un incontro pacifico rischia di smarrire una parte importante della propria anima popolare.
La partita tra Udinese e Lecce si giocherà sul campo, con i suoi duelli, le sue emozioni e il verdetto del pallone. Fuori, però, resta una partita più lunga: quella tra chi vuole continuare a costruire relazioni e un sistema chiamato a dimostrare di saperle riconoscere, proteggere e, quando possibile, favorire.
Le tavolate possono attendere. Le amicizie, se sono autentiche, resistono anche alle distanze e alle difficoltĆ .
Ma sarebbe bello, un giorno, non dover più raccontare soltanto di ponti progettati e rimasti senza passanti. Sarebbe bello raccontare di tifoserie che si incontrano, di trasferte gestite con responsabilità , di rivalità che rimangono sugli spalti e di un calcio finalmente capace di comprendere che il tifoso non è soltanto qualcuno da sorvegliare.
Ć anche una persona da ascoltare, una comunitĆ da coinvolgere e una risorsa da valorizzare.
PerchĆ© il pallone rotola meglio quando, intorno, gli uomini smettono di costruire muri”.








