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Il mercato ai tempi della A: quant’è dura essere il Lecce

Meluso e Liverani hanno dovuto sudare sette camice per assicurarsi alcuni dei propri obiettivi, mentre tanti altri sono (fisiologicamente) saltati.

I tempi in cui il Lecce era una big ambita da ogni calciatore appartiene al passato. E meno male, perché i giallorossi indossavano quel ruolo nei meandri di una Serie C che tutti i tifosi vogliono resti solo un incubo lontano. Al massimo le può calzare anche tra i cadetti, dove la vita in tempi di mercato si fece già più difficile, ma senza particolari complicazioni. Quest’anno, con l’assaporare palcoscenici da olimpo del calcio, tutto è cambiato: il Lecce è tornato la piccola, la provinciale costretta a scovare talenti o rilanciare chi era ai limiti dell’esser fuori dal giro che conta.

Con buona pace di Mauro Meluso e Fabio Liverani. Sì, perché sono proprio loro a doversi fare in quattro, da dietro la scrivania con collegamento al rettangolo verde, per allestire una rosa in grado di mantenere la Serie A. Ed è già difficile così, perché le opzioni, le concorrenti, le ipotesi, gli ostacoli, i giochi degli agenti sono tanti, e depennare un nome in elenco è più facile (e non di poco) che metterci una V verde di fianco.

A proposito di elenco, non possiamo certo indicare quali, tra i neo arrivati, fossero in cima alla lista dei desideri e quali no. Senza addentrarsi troppo in valutazioni dalle quali si uscirebbe, per forza di cose (non tutte le trattative possono passare dalla conoscenza degli addetti ai lavori), sconfitti. Nondimeno si può pensare che una metà degli innesti possano corrispondere ai “sogni” di fine primavera di Liverani, mentre un’altra metà ad “occasioni” da cogliere al volo, scommesse od operazioni secondarie rispetto ad obiettivi primari saltati.

Tutto nella norma. Il calciomercato funziona così. E’ così per Juve, Inter, Milan e compagnia bella, figuriamoci per il Lecce. Ogni club, grossomodo ad ogni latitudine di first league europea che si rispetti, hai il suo Burak Yilmaz. O il suo Dragowski, Tonelli, Bertolacci ecc. L’elenco può essere infinito, giustamente. E’ impensabile che un club come il Lecce possa stilare una lista di 12 obiettivi e prenderne altrettanti. Anche metterne a segno la metà sarebbe da oscar.

Se la vita da direttore sportivo non è semplice, non è che quella da tifoso sia una passeggiata. Con i sentimenti non si scherza, e spesso di questi tempi il supporter di una squadra come il Lecce si sente un po’ come il pescatore che, in balia della tempesta, cerca di ritrovare la strada di casa. O almeno un riferimento tra i cavalloni delle notizie che impazzano a destra e manca.

Orientarsi non è facile per nessuno. Ma è così. L’alternativa, per i tifosi, sarebbe una lunga vacanza trimestrale in Patagonia. E senza internet, chiaramente. Per noi giornalisti ignorare l’obbligo di assolvere ai nostri compiti, ovvero render pubblica ogni trattativa di cui si riesce ad arrivare a conoscenza. E per il Lecce dimenticarsi di essere il Lecce e improvvisarsi magari PSG. O comunque una di quelle realtà che possono permettersi stilare liste di colpi di mercato tutti da mettere puntualmente a segno. Battute utopiche. La realtà è un’altra: noi siamo il Lecce e da tale dobbiamo vivere. Forse non ci eravamo abituati, e per questo è tutto più complicato. E anche più bello.

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