Giuseppe Cozzolino ha vestito le maglie di Lecce e Cremonese e oggi è capitano del Saviano, squadra in zona playoff nella Promozione campana. Queste le dichiarazioni dell’attaccante intervistato durante Distinti Sud Est, programma in onda su radio Orizzonti Activity.
IL LECCE NELLA CORSA SALVEZZA
“È una squadra sicuramente ben allenata. Mister Di Francesco forse negli ultimi anni è stato solo un po’ sfortunato, però conoscendo come lavora, conoscendo il suo staff, è un allenatore preparato, lavora bene. Purtroppo è un campionato equilibrato, con molta qualità, quindi sicuramente è una corsa difficile, ma penso che il Lecce abbia tutte le carte in regola per potersi salvare. I numeri, le statistiche nel calcio fanno la differenza. Sicuramente il gol è la pecca di quest’anno del Lecce, nonostante il mister Di Francesco sia comunque un allenatore che lavora anche molto sulla fase offensiva. Sono venuti a mancare i gol degli attaccanti, un po’ per sfortuna, un po’ per situazioni particolari. È ovvio che se un reparto offensivo non ti garantisce determinati gol, poi raggiungere l’obiettivo si fa più difficile, però io penso che in queste partite basta un’occasione, una situazione per sbloccarle e portare a casa l’intera posta. Lo stesso discorso vale anche per la Cremonese. Loro forse in attacco hanno più scelta, però stanno sicuramente attraversando una lunga fase con problemi realizzativi. In queste partite questi dati contano poco, perché queste sono partite equilibrate in cui si può decidere tutto con un episodio.”
L’ARRIVO A LECCE.
“Giocavo al Giulianova in C1. Avevo quasi chiuso un accordo con l’Udinese, all’epoca con il mio agente. Poi ci fu una chiacchierata con il direttore Corvino, c’era Zeman a Lecce che sicuramente era un grossissimo scopritore di talenti e non aveva paura di far giocare i giovani. Decidemmo di venire a Lecce anche perché era una piazza affascinante, mi era sempre piaciuta, c’erano grandissimi giocatori. Poco prima era passato Chevanton, c’era Mirko Vucinic, giocatori di uno spessore altissimo. La piazza era bellissima e quindi alla fine scelsi il Sud, scelsi Lecce per tutto quanto, per il mister, per il direttore. L’anno dopo non avevamo l’organico per retrocedere, c’erano giocatori di spessore, c’era tanta qualità. Sono quelle annate particolari, dove le circostanze, le situazioni che vanno anche al di là del campo di gioco ci condizionano.”
ALLA CREMONESE.
“Era il primo anno del presidente Arvedi. Avevo come allenatore Mondonico e il grande direttore Favalli, entrambi purtroppo non ci sono più. Era una squadra formidabile. Perdemmo la finale playoff per andare in B. C’era il Sassuolo che aveva già iniziato un progetto importantissimo e che arrivò primo. Ci giocammo il campionato fino alla fine, poi vincemmo la semifinale contro il Foggia e perdemmo la finale di ritorno con il Cittadella. Ho visto poche squadre vincere i campionati con i nomi sulla carta perché poi alla fine il campo è sempre il giudice supremo. Non ci dimentichiamo l’epopea di Moratti all’Inter con squadre formidabili che sono riuscite a vincere secondo me pochissimo, ma ci sono tantissimi altri esempi che si possono fare.Ci sono circostanze, situazioni e dinamiche che si vengono a creare e poi per vincere ci vuole anche un pizzico di fortuna. Si devono incastrare anche tutte le cose. A volte solo i calciatori non bastano.”
LA PRESSIONE SUI GIOVANI
“Un giovane deve vivere gli inizi nel calcio come un sogno, come un’avventura, come un divertimento. Però c’è un aspetto che parecchie persone, a volte anche i familiari e i genitori, non tengono presente. A quei livelli c’è una pressione mediatica, una pressione interna che poi fa parte del gioco perché quando arrivi al massimo livello è giusto avere la giusta pressione, le giuste motivazioni e tutto quanto. Poi però subentra una pressione interna emotiva, personale, che magari parecchie persone trascurano quando uno è giovane, ti trovi a certi livelli e devi gestire determinate pressioni esterne. A certi livelli c’è una qualità e una concorrenza altissima. Non devi essere facilmente sostituibile, devi mantenere uno standard altissimo. Si aspettano sempre che quando ti danno l’opportunità la sfrutti al primo colpo. È un ambiente che va veloce, che ha bisogno di risultati immediati, quindi non c’è la possibilità, come sta succedendo negli ultimi anni, di far giocare i giovani. Non c’è la possibilità di dare a un giovane il tempo di crescere, di imparare, di sbagliare. Deve sbagliare il meno possibile e purtroppo un giovane non può non sbagliare. Sbagliano i grandi campioni, figuriamoci il giovane quanti errori fa.”
IL SALTO DAL GIALLOROSSO ALL’AZZURRO
“In due anni mi sono ritrovato a giocare con la Berretti del Giulianova in C1, all’esordio in C1, al Lecce di Zeman, ai mondiali Under-20 del 2005 in così poco tempo. Uno dice che sta vivendo il sogno di una vita. Da solo, a 18-19 anni, ti ritrovi in un anno e mezzo, tutto questo clamore, con la responsabilità di non deludere le persone che hanno fatto i sacrifici per farti arrivare fino a lì. Il tuo sogno si sta avverando e quindi ti trovi in una situazione, in una bolla così grande che a volte non è facile gestire tutta quella pressione. Ti ritrovai in Under 20 a fare un mondiale quando un anno e mezzo prima giocavi magari nei campi di periferia. È stata un’esperienza stupenda, con giocatori importanti, c’era pure Graziano Pellé che era con me a Lecce. Abbiamo fatto un’esperienza straordinaria, siamo arrivati ai quarti, penso che l’Italia non raggiungesse un risultato così da anni. È uno dei ricordi più belli che mi porto con me perché poi, parliamoci chiaro, qualunque sia la categoria, nell’indossare la maglia azzurra tra tutti i giovani che sono in Italia, nell’essere tra i selezionati che partecipano al mondiale, ci sono anche un po’ di merito e orgoglio.”
LE GUIDE PER I GIOVANI
“A Lecce, sicuramente data anche l’età, Giorgino, Vives, Raffaele Schiavi erano molto amici, ma tra i grandi, Stovini, Marco Cassetti, Pinardi sono state persone eccezionali. Poi come dimenticare Sicignano e Camorani… Sarà stato anche il fatto di essere più o meno della stessa zona. Mi hanno tutelato in alcune circostanze, mi hanno aiutato a crescere e sono state le persone che mi sono state più vicino in quegli anni. Ancora oggi qualche volta li sento e li ricordo con affetto sia a livello professionale che umano.”
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