Rullo a CL: “Nel Lecce di ieri campioni straordinari. Il Lecce di oggi è un club forte”

Ex terzino giallorosso, oggi vive nel Salento ed è legatissimo al Lecce in cui ha giocato stagioni storiche

Con 105 presenze ed un gol (in Serie A, al Livorno nel 2004) in maglia Lecce, Erminio Rullo ha legato la sua carriera soprattutto ai colori giallorossi con anche uno Scudetto Primavera all’attivo. Non solo, perché nel Salento il classe 1984 ci è rimasto a vivere e del club giallorosso ne segue le sorti attentamente, ricordando con piacere le stagioni trascorse anche ad altissimi livelli con quella maglia addosso. Noi lo abbiamo intervistato in esclusiva per un viaggio nella sua carriera e non solo.

La carriera di Erminio Rullo parte proprio da Lecce, dove arrivi da ragazzino. Che settore giovanile era quello giallorosso di fine anni novanta?

“Era il 1999 l’anno del mio arrivo nel Salento, una terra che mi ha accolto subito benissimo e non a caso ci sono rimasto a vivere e ci vivo tutt’oggi. Nonostante per me non fu facile andare via da Napoli così presto fui certamente favorito dall’aver trovato un grande ambiente, un settore giovanile di grande livello che non a caso vinse diversi titoli nazionali, incluso lo Scudetto Primavera vinto da noi. Il club puntava tanto sui giovani a tutto tondo, c’erano tanti salentini, tanti italiani di altre zone come me e stranieri pochi ma fortissimi. Penso ai vari Vucinic, Bojinov, Ledesma, Konan oltre a ragazzi presi dalla Campania, dalla Sicilia, dal Lazio. Era un modo di gestire un po’ diverso rispetto a quello del calcio odierno”.

E da cosa possono dipendere queste differenze?

“Non credo sia una questione, come dicono alcuni, di mancanza di talenti italiani. I talenti ci sono, basta avere il coraggio di puntarci come ad esempio sta provando a fare Mancini in Nazionale ora. Magari può esserci una determinata area che può produrre meno che in passato, vedi Lecce dove oggi i ragazzi arrivano in alcune squadre giovanili ma faticano ad arrivare in Primavera. E poi c’è un fattore culturale. I ragazzi italiani sono più mammoni, talvolta, rispetto agli stranieri che arrivano più pronti e affamati e anche questo può incidere”.

Nel tuo caso, quando ti sei sentito pronto al grande salto nel calcio professionistico?

“Per mia fortuna sono sempre stato un ragazzo con la testa sulle spalle, che lavorava con umiltà e questo mi ha aiutato a vivermi bene l’inizio della carriera, favorendomi anche nel gestire bene l’esordio in Serie A. Ricordo che andai un anno in comproprietà all’Inter, giocando in Primavera, ma poi le due società non trovarono l’accordo economico così tornai a Lecce. E lì c’era comunque il clima ideale per fare bene, perché Corvino investiva tanto anche in quegli allenatori che aiutavano i ragazzi a crescere, aspetto quello relativo agli istruttori che spesso si sottovaluta. Era il contesto ideale per aiutare un ragazzo ad affacciarsi al grande calcio, così già alla prima di A con Delio Rossi in casa della Lazio arrivò per me l’esordio”.

E la stagione successiva, quella 2004/05, è probabilmente la tua migliore in carriera. Sei d’accordo?

“E’ stato un anno straordinario, per me e per il Lecce. Dove passa Zeman lascia sempre bei ricordi, spesso ne parlo con amici qui di Lecce e ciò che regalò quella squadra alla città e ai tifosi fu qualcosa di importante. Oggi i giallorossi riescono a salvarsi per più stagioni di fila e questo è certamente storico, strepitoso, ma va detto che quell’anno lì noi scendevamo in campo consapevoli di poter vincere contro chiunque ed era uno spettacolo continuo”.

Cosa chiedeva in particolare mister Zeman ad un terzino sinistro come te?

“Per lui i terzini erano esterni a tutta fascia veri e proprio, quindi mi chiedeva grande corsa e supporto all’ala ed all’azione offensiva totale. C’era un grande dispendio energetico perché la sua filosofia era chiara, ovvero segnare un gol in più degli altri. Chi pensa però che Zeman non curasse la fase difensiva sbaglia, c’erano tanti allenamenti mirati su questo. Semplicemente riteneva fosse fondamentale cercare il gol attaccando anche in 6-7 uomini, cosa che ovviamente lasciava più spazio agli avversari”.

Pensi che quella squadra avrebbe potuto raggiungere risultati più prestigiosi di una strameritata salvezza?

“Intanto penso che, nel calcio di oggi, arriverebbe stabilmente nella parte sinistra della classifica. Avevamo fatto un girone d’andata straordinario, abbiamo fatto sognare la gente e ci divertivamo. Sì, qualcosa in più come risultati l’avremmo potuta fare ma non dimentichiamo che era un altro calcio, un’altra Serie A. E poi comunque c’erano tanti giocatori fortissimi che sono arrivati a livelli importanti, su tutti Mirko Vucinic che secondo me avrebbe potuto fare anche di più ed oggi giocherebbe in un Barcellona o un Real Madrid”.

Dopo quella stagione strepitosa, pur confermandoti in Serie A e arrivando a giocare in piazze prestigiose come Napoli non sei riusciti a ripetere certi numeri a certi livelli. Ti porti dietro qualche rimpianto in carriera?

“Forse fu un errore, in termini di strategia di carriera, il passaggio al Napoli. Fu una scelta di cuore, perché sono napoletano e giocare in azzurro era il mio più grande sogno, e poco di testa. C’erano club di A su di me e quando decidi devi considerare tanti fattori come anche il modo in cui gioca un allenatore. Io lasciai il 4-3-3 per passare al 3-5-2 con Reja che come terzini usa dei difensori centrali, con caratteristiche molto diverse dalle mie. Però nessun rimpianto, perché oggi posso comunque dire ai miei figli di aver giocato nella squadra della mia città, nella squadra di Maradona”.

A fine carriera a Lecce ci sei tornato, in una squadra che non riusciva a tirarsi fuori dalla Serie C. Che differenza c’era per te tra quel club e quello che, rilevato poi da Sticchi e soci, ha riportato i salentini alla gloria?

“Devo dire che il Lecce dei primi anni di Serie C è stato anche parecchi sfortunato, sia prima del mio ritorno con il ko con il Carpi che dopo. Ma l’attuale proprietà è stata bravissima, ha riportato in alto il Lecce, rifondato il settore giovanile, investito nel Centro Sportivo, spinto per il rinnovamento dello stadio. Ora c’è un club salentino, solido, forte e che tiene davvero alle sorti del Lecce. Questo è importantissimo”.

Ti piace la rosa giallorossa che sta affrontando il suo quinto campionato di Serie A?

“E’ il solito Lecce solido che è chiamato ad un’altra impresa. La squadra ha mantenuto l’ossatura dell’anno scorso e questo è un fattore positivo perché Di Francesco può portare avanti dei dettami e quanto di buono mostrato nella passata stagione. Resta il problema del numero 9, problema che il Lecce condivide con tantissime altre realtà perché è merce sempre più rara. Credo che i presupposti per confermarsi ci siano tutti”.

Cosa ne pensi della lotta salvezza che sta iniziando a svilupparsi?

“E’ appunto davvero troppo presto per avere le idee chiare. Il Venezia è partito malissimo ma gioca bene ed ha speso tanto, il Frosinone sta andando alla grande ma spesso vediamo squadre partire bene e poi perdere via via smalto e terreno. Quindi davvero tutto può ancora succedere anche in termini di squadre coinvolte. Il Lecce sa però già che dovrà lottare fino all’ultima giornata per un altro miracolo”.

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