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GdS – Gravina, prova di forza contro i “dissidenti”: in Serie A solo chi gioca le coppe Uefa

Il numero 1 della Figc, nel giorno dell’ingresso nell’Esecutivo Uefa con 53 voti su 55, avvisa i club italiani “ribelli”. Infantino: “O dentro o fuori dal sistema”. La Gazzetta dello Sport (a firma di Fabio Licari) torna sulla vicenda Superlega.

Non è finita finché non è finita. Mezza Superlega s’è già dissolta. Il torneo più veloce della storia — tre giorni per una “finale” ingloriosa — ormai non fa paura. Ma se le inglesi stano dicendo good-bye una dopo l’altra, e in Spagna si è arreso il Barcellona e forse l’Atletico, restano ancora Real Madrid e le tre italiane. Per cui la strategia di risposta Uefa resta totalmente in piedi. Sull’asse Infantino-Ceferin-Gravina. Ieri l’assalto ha fatto male ai club.

Al “no” di politici, tifosi e giocatori s’è aggiunto il durissimo discorso del presidente Fifa: “O dentro o fuori dal sistema”. L’Uefa si è offerta di accogliere i ritornanti, ma intanto prepara l’Esecutivo d’emergenza di venerdì per le sanzioni. E le federazioni sono pronte alla mossa cruciale: l’obbligo di partecipare alla coppe dell’Uefa per chi si iscrive ai campionati. I club non possono fare a meno dei campionati se vogliono sopravvivere. Il primo a impegnarsi è stato proprio il presidente Figc Gabriele Gravina.

Gravina primo degli eletti Gravina ieri ha vinto il primo match, entrando nell’Esecutivo Uefa con 53 voti su 55. Primo degli otto eletti. Davanti anche al confermato vicepresidente inglese David Gill. Il lavoro di questi mesi, l’incontro con tutte le 54 federazioni, ha convinto i votanti. Vero che Gravina era protetto dal ticket presidenziale, ma un risultato così era inatteso. Ora il primo impegno sarà italiano ed europeo. Una prova di forza contro Juve, Inter e Milan per chiudere qualsiasi discorso di Superlega e campionato. Con Gravina l’altro italiano nell’Esecutivo è Evelina Christillin, membro rosa in quota Consiglio Fifa. Ieri con 33 voti contro 22 ha superato la rivale scozzese McAllister: “Vuol dire che il lavoro del primo mandato è stato apprezzato. Sono felice. Sarà anche l’ultimo, ma c’è tanto da fare. Mi piacerebbe che questa vicenda si ricomponesse, perché il calcio non può essere un rifugio per ricchi ma deve essere un godimento e una gioia per tutti”.

Il pugno duro della Federcalcio Il fatto che le tre ribelli siano sulle barricate rende attualissimo il progetto Gravina. I campionati sono importanti per i club, più della Champions forse. Valgono milioni, radicamento nel territorio, tifo. Ora le 55 federazioni europee sono pronte a inserire un principio che di fatto esiste ma non sempre è nero su bianco (perché non ce n’era bisogno): chi si iscrive ai campionati deve impegnarsi a giocare le coppe Uefa. Altrimenti è fuori. Non si può essere in Serie A e in Superlega. Gravina lo proporrà lunedì al Consiglio federale, lo faranno anche le altre federazioni che al Congresso hanno “condannato” all’unanimità “la proclamazione della Superlega”. Una regola che presumibilmente sarà inserita a prescindere dal progetto dei ribelli. Per il presente. E per il futuro. Non si sa mai.

Infantino e le conseguenze Il colpo letale è arrivato ieri a inizio del Congresso. “Disapprovazione totale di una Superlega” ha detto Gianni Infantino, presidente Fifa, andando oltre le aspettative: “La Fifa è una organizzazione costruita sui valori dello sport e non può che condannare fortemente la creazione di una Superlega, qualcosa di chiuso, una fuga dalle attuali istituzioni calcistiche. C’è molto da buttar via per un gioco finanziario a breve termine di qualcuno. Se alcuni eletti scelgono di andare per la loro strada devono pagare le conseguenze”. La chiusura di Infantino non lascia vie di fuga agli indipendentisti: “O siete dentro o siete fuori. Non si può stare a metà, pensateci bene tutti”. Non erano frasi scontate, qualcuno all’Uefa temeva un intervento più “possibilista”. Quando mai. Poco prima era stato il numero uno del Cio, Thomas Bach, a colpire: “La Superlega mette a rischio lo sport”.

Il diritto e i precedenti Gli avvocati della Superlega avevano pensato a come affrontare la prevedibile reazione Uefa. Il torneo prevedeva 5 wild card (condizione per dichiararlo aperto e quindi in linea con le norme europee) e inoltre garantiva una solidarietà più forte di quella di Nyon. Non era filantropia, ma quanto indispensabile per un eventuale okay da Commissione e Corte Ue, i veri “giudici” di tutta questa storia. L’Eurolega di basket esiste, la sentenza sulle pattinatrici che hanno partecipato a una gara privata idem (anche se è in corso l’appello), ma la questione è tutta politica. Le leggi possono cambiare. E in questi giorni non un politico s’è dichiarato favorevole. Il rischio di perdere contro l’Ue e l’opposizione globale ha spinto i separatisti a rivedere le loro posizioni.

Il rischio americano Oltretutto non è solo una questione di scissione. Qui è in ballo il calcio come lo conosciamo. La Superlega ha interessi economici più forti della tradizione centenaria del pallone, il cui regolamento è stato scritto in una taverna inglese a metà Ottocento. Altro che Var e fuorigioco. Ora si capiscono meglio le parole di Agnelli che, da presidente Eca, si lamentava comprensibilmente del problema presso il pubblico più giovane: i ragazzi faticano a seguire una partita di 90 minuti. Nei progetti dei superleghisti c’è un calcio all’americana, con tre o quattro tempi, magari tempo effettivo, vendita di diritti per highlights e minuti finali. Insomma un totale ribaltamento dello sport (ancora) più amato al mondo. Assalto che per il momento sembra respinto.

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