INIZI. “I primi calci al pallone? A San Donato, squadra del mio paese che allenava papà. Quattromila abitanti e tanti calciatori in Serie A e B: io, Miccoli, Progna, Luceri, Serra. Da lì poi al Lecce, giocavo in attacco ma agli Allievi non la prendevo: la scolta con l’allenatore Ciccio Cartisano, m’inventò mediano e cambiò tutto”
DEBUTTO. “La vita è strana. Nel 1979 Mazzia mi convocò con altri Primavera per una doppia trasferta in Sicilia, Siracusa in Coppa Italia e Palermo in campionato, purtroppo non ci fu verso di spostare gli esami di riparazione e restai a casa. La presi malissimo, invece il Lecce incassò due sconfitte e alla partita successiva, con il Parma, il mister provò me terzino sinistro. Non uscì più”.
UN ALTRO CALCIO. “Allora se avevi paura non giocavi. Certi campi erano un inferno, guai a vincere, la rete era così vicina che ti pungevano con gli ombrelli. Dal Lecce al Como? Eravamo in un bel gruppo, ci frequentavamo con le famiglie. La Juve? Boniperti mi seguiva già al Lecce, ma il presidente Iurlano e il ds Cataldo spararono alto e presero Caricola. Alla Juve, che era il mio sogno, ho vinto, diviso lo spogliatoio con campioni come Scirea, ma non mi sentivo a mio agio. Il Torino era il mio ambiente, lo percepivo già quand’ero dall’altra parte”.
STORIA TESA. “Con Franco Lerda ebbi un conto in sospeso nel tunnel dopo una partita col Brescia. Se l’era meritato, mi chiamò terun e mi sputò in faccia. Lo aspettai. C’era anche Batistuta”.
RITORNO. “A 40 anni sono tornato a giocare al San Donato da attaccante, ma mi è capitato di darle lo stesso. Una volta un ragazzino che mi marcava faceva lo scemo, gli ho detto di non rompere e niente, dopo una gomitata su azione di calcio d’angolo ha capito”.
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