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Lecce, ma dove hai la testa (e gli attributi) negli scontri diretti? Bonus finiti, ora dentro o fuori

Come quasi sempre avvenuto in questa stagione, i giallorossi non sono scesi in campo nei faccia a faccia decisivi, soccombendo sotto il profilo del carattere ben prima che da quello tecnico.

Premessa: che la Fiorentina abbia una rosa costata 70 milioni (più di quella della Lazio), come ci ha tenuto a sottolineare Liverani, e che dunque sia tecnicamente ben superiore al Lecce, lo sanno muri e muli. Dire dunque che per i giallorossi sia già motivo d’orgoglio trovarsi a lottare da posizioni di classifica quasi pari a quelle di compagini ben più attrezzate è superfluo, scontato. Ma la classifica parlava appunto ben chiaro: Lecce e Fiorentina erano quasi alla pari, e i locali avevano tutte le possibilità teoriche per giocarsela. Cosa che, purtroppo, non hanno fatto.

La compagine salentina è uscita distrutta dal confronto del Via del Mare. Distrutta sotto ogni punto di vista. “Ci può stare”, direbbe qualcuno, citando Chiesa, Ribery e compagnia bella. In linea teorica sì, ma non in questo modo. Perché quella che arrivava a Lecce era una Fiorentina che non girava a mille, ma nemmeno alla metà delle sue potenzialità. Era una squadra fisicamente tra le messe peggio della Serie A (tanti gli ex contagiati da Covid), quasi priva di impianto di gioco e soprattutto impaurita da una posizione di classifica che, almeno in teoria, non gli apparterrebbe affatto.

I viola però sono riusciti a metterla su quel piano in cui il Lecce ha costantemente, quest’anno, dimostrato di difettare in modo grave. Parliamo del metterci qualcosa in più negli scontri diretti, in quelle gare in cui, volenti o nolenti, impavidi o giocatori di nascondino, tutti sono consapevoli che in palio ci siano non tre, ma sei punti. Una Fiorentina così gagliarda, cattiva, incisiva e vogliosa di vincere non la si era mai vista. E, per chi scrive, ben prima dell’altrui merito c’è stato un demerito di chi ha prestato clamorosamente il fianco alla rinascita gigliata.

Il Lecce, ancora una volta, è venuto meno quando il gioco si è fatto duro, quando c’era da battagliare senza esclusione di colpi. Per un Chiesa deludente e voglioso di riscatto, un Barak che inspiegabilmente sceglie di non seguirlo in area per evitare il peggio. O Majer portato a spasso da Duncan, o Babacar annichilito dalla difesa ospite. O infine Farias, che sceglie la rabbia anziché la razionalità e spara sulla traversa un pallone solo da accompagnare in porta. Chissà che non sarebbe stato un secondo tempo almeno giocato.

Tutto questo sta seriamente compromettendo la stagione del Lecce. Ovvero l’incapacità di adeguarsi ad ogni tipo di gara che lo aspetta. Molli, senza carattere, i giallorossi si trovano meglio a giocare quelle gare in cui anche un ko con un avversario di medio-alta classifica sarebbe accettato, piuttosto che le sfide pesanti. Lo dicono i numeri: su 13 volte in cui l’undici di Liverani è sceso in campo consapevole di misurarsi in uno scontro diretto, solo in 3 casi (Spal e ritorno Torino) ha vinto. 3 sono stati poi i pareggi, e ben 7 i ko, spesso anche molto pesanti. Punteggio e prestazione alla mano.

Bene, quello con la Fiorentina era l’ultimo bonus. L’ultimo faccia a faccia in cui si poteva dire “ok, ma non era su quest’avversario che dovevamo fare la corsa”. Ora quel tempo è passato, perché con il Genoa sarà finale vera: se perdi, sei fuori. Vietato sbagliare, poi si penserà agli altri appuntamenti. Ma intanto domenica il Lecce non potrà più nascondersi, né entrare in campo con la testa sotto la sabbia.

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