Il minuto di raccoglimento prima dell’inizio della partite ha ancora senso? Forse alla luce degli ultimi eventi no, e, anzi, rischia di creare ulteriori fratture, ormai impossibili da chiudere, tra chi vive questo fenomeno e chi vuole regolarlo per fare profitti. Il calcio non è più di tutti neanche nella sua dimensione sentimentale. Non si sognano più le vittorie, le imprese da favola, ma, per tempi anche cambiati, si esulta per risultati economici.
Il cambiamento tocca anche altro e va a incrociare fatti ben più importanti di una partita, di una coppa vinta, di una promozione o di una retrocessione. Nel calcio italiano d’oggi non c’è spazio per gli Eroi Minori, parafrasando una canzone di Antonello Venditti dedicata alle scorte dei giudici Falcone e Borsellino. Nel mondo di chi gli stadi li vive ogni weekend la ferita per la tragedia che ha portato via i ragazzi di Foggia, venuti a mancare a causa di un incidente stradale sulla strada di ritorno da Potenza, dove giocavano i Satanelli, è ancora aperta. E lo sarà per sempre nel capoluogo dauno. Fa ancora male il minuto di silenzio negato a Gaetano, Michele, Samuel e Samuele, morto a Lecce dopo oltre un mese di ricovero.
A più di quattro mesi di distanza da quel maledetto incidente, sono ancora negli occhi le scene emozionanti dello stadio Pino Zaccheria. Poi le parole di Roberto De Zerbi da Marsiglia, la scelta degli Ultrà Lecce, presenti nella struggente uscita del feretro di Samuele dal Vito Fazzi, di squarciare il minuto di silenzio ad Empoli (per Fabio Cudicini, ex bandiera del Milan) come manifestazione di dissenso per il mancato ricordo dei ragazzini di Foggia, morti per seguire la propria passione. Tutta l’Italia doveva ricordare questi giovani. Non è questa la sede per cercare di definire parametri scientifici per il minuto di silenzio, non avrebbe senso alcuno ed è una delle ultime cose che chi scrive ha intenzione di fare. Sta di fatto che nel pensare al silenzio delle istituzioni calcistiche vengo assalito da un senso di vuoto etico, sgomento, mancata equità, di un “noi e loro” ben definito che tratteggia ogni aspetto della nostra vita sociale. Di vergogna. Vergogna per chi è stato zitto. “Il calcio è della gente”, ci dicevano.
E veniamo a Bruno Pizzul. Difficile immaginare il perché non si sia omaggiato il telecronista, scomparso il 5 marzo a 86 anni, sui campi di calcio. Lega Serie A e Federcalcio si sono stringati in comunicati di cordoglio pubblicati sugli eleganti canali online, ma non hanno lanciato l’ultimo omaggio che Bruno Pizzul avrebbe meritato e voluto, in quegli stadi da lui vissuti in prima persona. Anche qui, fatico a darmi una spiegazione razionale per comprendere pacificamente la scelta.
Chiunque, dai 28 anni in su, si sia avvicinato al calcio conosce quel timbro di voce inconfondibile che ha narrato la Nazionale Italiana e i successi europei delle formazioni italiane. Chiudere gli occhi e risentire la voce di Bruno ci riporta indietro a serate d’estate e momenti di aggregazione vissuti magari in compagnia, con un sorriso, in un abbraccio di chi oggi non c’è più. Il “Gentili telespettatori alla visione e all’ascolto” di Pizzul sa casa dei nonni, di una piccola televisione a tubo catodico con sopra un centrino accesa con il volume al massimo per sentire sufficientemente. Per chi è nato nel Tacco d’Italia sa di partite vissute al mare. Sa di un tempo di infanzia e giovinezza, d’illusione di serenità perpetua che oggi è minacciato, non solo nello sport.
Bruno Pizzul e i ragazzi di Foggia. Due mondi anagraficamente e apparentemente lontanissimi, ma uniti da una triste considerazione. Chi ha vissuto con passione questo sport, sugli spalti innamorato dei propri colori in un epoca di appiattimento morale e in cabina di commento, principalmente in tribuna e non davanti a un monitor, meritava di più.
Il bisogno umano, primordiale, di appellarsi a qualcosa di superiore e positivo, anche se probabilmente non c’è, ci porta a immaginare una scena. Lassù si proverà a ricostruire il calcio che ci emoziona ancora, in stadi popolati di ragazzi e uomini che ci hanno lasciati troppo presto. Ci sarà una partita da seguire in uno stadio molto lontano. In cabina di commento ci sarà Bruno Pizzul. Sugli spalti, tifosi più anziani spiegheranno ai quattro ragazzi di Foggia di chi è quella voce profonda dalla narrazione calma e costante senza deliri da showman. Chi saranno? Gabriele con la sciarpa biancoceleste addosso, Federico da Trieste, Matteo da Parma, Claudio da Genova, Ciro da Napoli. E tanti, purtroppo troppi, saranno arrivati dalla lontana Lecce. Ciao prof. Alessandro, Salvatore, Andrea. Salutateci anche Carletto, simbolo in questa città di quei tempi.
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👏👏👏
Come si può pensare ad un cambiamento se tutte le società continuano a confermare Gravina… società Lecce compresa!
Bellissimo articolo. Lo condivido pienamente.
Da un tifoso dell’udinese, nato ad Udine ma di origini Lucane
Bellissimo articolo
Però osserviamo un minuto di raccoglimento per l’amico del presidente della Lega (il presidente Lega Golf).