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STORIE – Il maggio del 2015 tra il Galatone, le troppe “figure” e l’inizio di una nuova era

In un periodo in cui il Lecce rivive l’epopea della massima serie, nella memoria di chi scrive torna il maggio di cinque anni fa, quando alla fine della gestione Tesoro si vivevano giorni d’incertezza, di paura…

Lo stop prolungato del campionato di Serie A, comunque prossimo alla ripresa, ci permette di avere più tempo per rivivere tanti capitoli di storia giallorossa. Gli ingranaggi della mente ci portano ovviamente a rimembrare promozioni, salvezze, campioni e momenti di gloria, al Via del Mare e in prestigiosi stadi italiani.

Il mese di maggio però rappresenta anche il difficile passaggio tra due epoche, azzardiamo quasi la definizione di età storiche, dell’Unione Sportiva Lecce. E’ il maggio del 2015 e l‘entusiasmo non è propriamente quello che oggi trascina le sorti dell’amata maglia a strisce giallorosse. Il campionato di Serie C 2014/2015 è il punto più basso degli ultimi anni.

Franco Lerda, capace di risollevare le sorti l’anno prima fino alla sconfitta in finale col Frosinone, non riesce a ripetersi e il Lecce, guidato da capitan Fabrizio Miccoli (fino a gennaio), Franco Lepore e l’acquisto estivo Davide Moscardelli, annaspa sì nei quartieri medio-alti della classifica ma guarda a distanza la Salernitana promossa. La girandola degli allenatori, Pagliari dopo Lerda e Bollini dopo Pagliari, non porta neanche alla qualificazione ai playoff, sfumata a Lamezia Terme dopo un finale di campionato in calo senza punte di ruolo.

Ma è soltanto uno degli aspetti di un campionato che molti preferirebbero cancellare. Già a febbraio i rapporti tra la società guidata da Savino Tesoro, mai molto idilliaci probabilmente, e la piazza s’incrinano definitivamente. Dopo la contestazione di gennaio arriva la notizia, annunciata da qualcuno, che, alla fine, inizialmente più spaventa rispetto a introdurre nuovi orizzonti. Il Lecce è in vendita e la famiglia Tesoro vuole passare la mano.

Da febbraio a maggio, un po’ per un’illusione figlia dell’enorme amor proprio che questa città nutre, un po’ per la voglia di non affrontare una paura che sembra ancora lontana, un po’ per lo zenit del disamore per i propri colori, supportati soltanto dai soliti 4000 (e siamo buoni) e non sorretti, diciamocelo, da tutte le componenti vicine… non si pensa al fatto che il Lecce è vendita. Come nell’estate del 1995 si navigavano i mari della Serie C ma a differenza del 1995 c’è ancora il pallone che rotola e ancora i salti in B mancati sono due.

A Lamezia Terme, al campo sportivo (sic!) Guido D’Ippolito, in un pomeriggio caldo e in uno stadio mezzo vuoto, però il pallone si ferma e la realtà è un treno che ti si avvicina in fronte. Doppietta di Fabio Scarsella, oggi alla Feralpisalò, e vano 2-2 carico di disperate speranze di Moscardelli. Fischio finale. Per la terza volta il Lecce rimane in Serie C.

Il 19 maggio va in scena l’ultima conferenza stampa di Savino Tesoro da patron del Lecce. Ogni appassionato, ogni tifoso, ogni amante del Lecce ha il suo rispettabilissimo parere sulla parentesi capeggiata dagli imprenditori di Spinazzola, e non è questa la sede per dare voce a una o all’altra tesi. E’ indubbio che di errori in quegli anni ce ne siano stati, errori di programmazione, errori tecnici, errori di campo e anche errori gestionali.

Il periodo di Savino Tesoro alla guida del Lecce è però anche il primo periodo dell’opinione massificata, dei dibattiti che si spostano dai giornali ai social, con tutte le implicazioni del caso, è il primo periodo del Lecce nella nuova Lega Pro, il vestito elegante, poi rimosso, all’ispida Serie C, serie in cui, diciamocelo, per un po’ di tempo non ci siamo calati appieno, pensando di uscirne col…blasone. Termine usato e abusato nei lunghi mesi a inseguire, nell’ordine, Trapani, Perugia, Frosinone e Salernitana.

Quando una società rivela l’intenzione di passare la mano, la nevrosi dei tifosi fa il paio con la voglia di noi giornalisti di cercare ogni pista possibile per dare volto, nome e visura camerale del potenziale acquirente. Fatto sta che il 19 maggio, sostanzialmente, a Lecce si muovono solo parole, troppe, e giudizi affrettati.

La summenzionata conferenza fiume è uno spaccato che, potrebbe sembrare strano, dà ancor più consapevolezza di ciò che è l’Unione Sportiva Lecce oggi. Savino Tesoro passò in rassegna le prime opzioni di “acquirenti” avvicinatisi al sodalizio. Fumo, fumo, tanto fumo…

Il duo formato dall’agente Fifa Ludovic Fattizzo e Vincenzo Morabito, una trattativa mai avviata, una cordata di imprenditori laziali con un garante salentino che, a detta di Savino Tesoro, ha bucato il primo appuntamento per il deposito delle fidejussioni bancarie, Joseph Calà (basta googlare il nome per capire tutto) e il cinematografico Fabrizio Ferrero che non è andato davvero oltre delle chiamate dove di sostanza, Tesoro docet, se n’è vista poca. Storie che sembrano un’eternità, ma erano soltanto cinque anni fa.

Nella conferenza vissuta in un ambiente glaciale, Savino Tesoro lancia una provocazione. Senza riportare le spigolature del virgolettato, giudicando le pretese di altri potenziali acquirenti, l’ex patron palesò l’intenzione d’iscrivere il Lecce in una categoria minore, la Promozione, qualora nessuno fosse riuscito a dare adeguate garanzie finanziarie.

“Presidente cosa succederà in caso di mancato passaggio di proprietà?”. “Vorrà dire che il Lecce giocherà in Promozione”. “E gli acquirenti?” “Beh di fronte a certe richieste io non posso stravolgere la mia società, se qualcuno vuole fare calcio a modo proprio si può risalire la china anche con un’altra squadra. Che si prendesse il Galatone (l’acquirente) e si provasse a vincere campionati se le mie richieste sembrano esose”.

La Promozione. Il Galatone. Un capitombolo calcistico. Con immenso rispetto per la storia sportiva della compagine locale, anch’essa giallorossa, del comune centro salentino, le parole di quella conferenza dipingevano un altro incubo dopo le lacrime, la delusione e la rabbia di Lamezia Terme. Apriti cielo. Guerre, paure e altre, ancora inutili, parole poco utili alla causa. In verità con le parole si è anche degenerato: solite illazioni non accompagnate da elementi di fatto sui social, ma vabbè, e, purtroppo, minacce a colleghi accusati di chissà cosa. Isterismi a un passo dal presunto baratro.

E poi la cordata salentina. Su youtube è reperibile un estratto di una puntata di Piazza Giallorossa dove (intanto maggio era diventato giugno) tre rappresentanti dell’imprenditoria locale, che tentavano di riunirsi economicamente per raccogliere risorse per acquisire il Lecce, incontrarono pubblicamente Savino Tesoro.

Agli occhi dei tifosi doveva essere un segnale di svolta dopo giorni e settimane fatte di proclami e paroloni. Fu così? Non proprio. Il sunto dell’incontro fu una sorta di preghiera a Savino Tesoro di continuare la gestione salvo poi “unirci e raccogliere l’eredità”. Parole? In quel momento sì, senza nulla togliere a ciò che sarebbe potuto essere. Altre parole. Parole su parole mentre si preparava la morsa dell’estate e si avvicinava un altro campionato di Lega Pro.

In conclusione dell’estratto video, si ascolta una chiara affermazione di Savino Tesoro: “Il Lecce avrà una continuità e spero di cederlo al gruppo rappresentato da Saverio Sticchi Damiani così da chiudere la vicenda”. Ciò che successe anni dopo, voi lettori arrivati sin qui, lo sapete. E direi che ora sarebbe giusto chiudere. Ognuno, dopo aver rievocato questi accadimenti, è libero di esprimere il proprio pensiero.

Oggi, a cinque anni di distanza da quel brutto periodo, un piccolo riconoscimento a quella società tanto contestata ce lo sentiamo di dare. Sarebbe stato facile squarciare ancor di più il giocattolo ed esporlo a sorti che in altre piazze, a partire da 150 chilometri a nord di Lecce, abbiamo visto, ma così non è stato. E sarebbe stato facile, anche, mettere alla prova, ma davvero, tanti presunti acquirenti rivelatisi, per nobili ragioni economiche, un bluff.

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