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Lecce, abbiamo un problema. Se non devono “inseguire” i giallorossi non giocano

Anche a Pescara un’altra rimonta subita che conferma il trend preoccupante di un girone di ritorno in cui si vince solo partendo ad handicap.

Solo qualche giorno fa avevamo “segnalato” un dato probabilmente più preoccupante che incoraggiante: nel ritorno il Lecce ha vinto solo partendo da una situazione di svantaggio. Come se i giallorossi avessero bisogno di una sveglia che mettesse in salita il match per costringerli, più che spingerli, a fare gioco, a creare, a cercare di far breccia. A superare il muro della pazienza che, purtroppo, negli altri casi si è tradotta in cattiva gestione delle risorse ed una pessima interpretazione dei momenti del match. E ieri a Pescara si è registrata un’ulteriore conferma.

Come avvenuto con Pordenone, Ascoli ed in parte anche con il Brescia, il Lecce si è assopito dopo aver trovato (con merito, certo) l’episodio favorevole del vantaggio. A quel punto lo spartito del match è inevitabilmente andato in una direzione, così come è per chiunque: la squadra che insegue pronta a scoprirsi pur di riprenderla, quella inseguita chiamata a gestire il punteggio. Gestione che, ed è anche superfluo specificarlo, non può non essere composta da un mix tra il non prendersi troppi rischi, quindi prestare un minimo di accortezza in più, e il continuare a fare il proprio gioco con autorità, sicurezza ed idee. Dalla A alla terza categoria, è sempre un suicidio sportivo improvvisare goffi catenacci ad ogni vantaggio acquisito.

Non che ieri il collettivo di Corini abbia fatto ciò, e ci mancherebbe. Tuttavia la sopracitata necessaria gestione è stata fatta, come nelle precedenti occasioni, in modo pessimo. Già nel finale di prima frazione c’era stata qualche avvisaglia, ma sembrava tutto sotto controllo complice un avversario, diciamo senza nasconderci, davvero di bassa lega. Nulla, dunque, che sembrasse presagire quanto sarebbe avvenuto nella ripresa.

L’illusione di un Lecce in controllo è infatti durata pochissimi minuti. Il tentativo iniziale è stato quello di continuare ad attaccare per cercare il raddoppio, ma lo spartito cambiato ha offerto terreno fertile ad equivoci tattici tra i ragazzi in verde. Sì, perché nel primo quarto d’ora di ripresa il disordinatamente offensivo Lecce ha subito ben 4 insidiose (di cui un 3 contro 3) ripartenze dai locali, tutte contenute ma solo in zona Gabriel. Consapevole che la squadra stava perdendo l’orientamento, mister Corini ha deciso di cambiare, andando a peggiorare la situazione.

Il nuovo Lecce, attendista ed a baricentro basso, ha con i minuti rinunciato o quasi ad offendere non riuscendo comunque a gestire il pallone (possessi persi a dismisura, come mai avvenuto nella prima ora di gioco) né a coprire gli spazi. Alle spalle dei tre di centrocampo si sono aperte voragini nelle quali Maistro e Machin su tutti sono andati a nozze. La prodezza di Gabriel su Odgaard, un paio di grandi interventi dei difensori e la pochezza tecnica biancazzurra stavano comunque portando ad una vittoria sporca e sudata, almeno fino al disastro finale.

Palla persa in uscita e punizione battuta corta dal Pescara, il Lecce si fa trovare messo in modo pessimo e sì, Busellato è in offside sul tiro di Machin, ma ancora una volta c’è una voragine al centro che ha favorito l’avversario. Errore di gestione, calo di concentrazione, calo fisico, in realtà un mix di tutto. Quel che è certo è che sei indizi fanno più di una prova: l’undici di Corini deve ancora formare appieno la mentalità di una squadra che vuole fare sue le partite, a prescindere dagli episodi iniziali e finali.

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