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Maradona a Lecce: il “regalo-Pasculli”, i pareggi, la punizione-gol…simbolo di un mondo che non c’è più

La morte di Diego Armando Maradona ha sconvolto l’intero mondo calcistico. In quest’articolo sintetizziamo gli incroci che il più grande calciatore al mondo ebbe con il Lecce…negli anni d’oro del calcio italiano.

Anche noi, piccola realtà della periferia del calcio italiano, però, dobbiamo qualcosa a Diego. Pedro Pablo Pasculli, bandiera del Lecce che battagliò proprio contro il Napoli scudettato, raccontò che proprio grazie a Maradona scelse la Serie A, quindi il Lecce. “Quando mi fu fatta presente la possibilità di venire in Italia dissi subito di sì – raccontò Pasculli durante la nostra diretta del 9 giugno –. Dico la verità, non conoscevo né il Lecce né il Salento, non sapevo nemmeno dove si trovasse. Però conoscevo l’importanza della Serie A, ed ero molto amico di Maradona, dunque anche grazie alla presenza del Pibe de Oro scelsi Lecce”.

E poi i precedenti. Il primo cadde il 6 ottobre 1985, era la quinta giornata della Serie A 1985/1986 e il Lecce debuttava nella massima serie. La discesa di Maradona nel Salento fu un bagno di folla, dall’allenamento di rifinitura degli azzurri svolto al Capozza di Casarano (qui il video) al Via del Mare, riempito all’inverosimile con 55mila persone ad ammirare “el genio del futbol mundial”. Il Lecce degli argentini Barbas e Pasculli si difese bene e alla fine fu 0-0.

Maradona tornò al Via del Mare il 14 settembre 1988 in una gara di Coppa Italia, dove andò anche a segno con un perfetto calcio di punizione a battere Terraneo. Anche lì, nel secondo turno della Coppa nazionale, però, il Lecce strappò il pari ai partenopei. La rete, l’unica di Diego a Lecce, non poteva non essere realizzata con uno dei suoi colpi più belli.

La terza visita di Maradona a Lecce giunse nel campionato 1989/1990, quello del secondo scudetto di Maradona sotto il Vesuvio. Diego, marcato in modo asfissiante da Garzya, cercò d’ispirare gli altri tenori azzurri, ma al gol di Carnevale rispose l’argentino del Lecce: Pedro Pablo Pasculli, grande amico di Maradona, pareggiò la gara al 68′ e il Lecce, uno dei più belli di tutti i tempi sotto la gestione Mazzone, stoppò ancora una volta Maradona al Via del Mare

Il Napoli scudettato debuttò nel 1990/1991 proprio a Lecce. Maradona, in maglia bianca, non trovò il varco per il secondo gol a causa, ancora una volta, della marcatura di Garzya. In più, il lavoro in pressing della prima creatura di Zibì Boniek, debuttante sulla panchina salentina, imballò il Napoli. Diego, colpito anche da un fastidio alla schiena, non collezionò una bella prestazione, e anzi ancora una volta Pasculli rischiò di regalare un dispiacere all’amico. I salentini, più in palla dei campioni d’Italia, non riuscirono però nell’impresa.

Quest’umile omaggio all’icona mondiale del calcio si conclude con un passo preso dal libro “A sud di Maradona” scritto dal salentino Andrea Ferreri. L’autore descrive la scintilla che lo convinse a realizzare il volume, uno spezzato tra calcio e società, su un Lecce e su una Lecce che non c’è più. Le parole, semplici ma grandissime, descrivono la maestosità di un pezzo di storia che attraversa anche i confini dei campi di calcio di tutto il mondo. “Girando tra le strade di un campo profughi di Dheisheh, a sud di Betletmme, in Palestina, mi sono imbattuto in un gruppo di ragazzini dell’età di 8/12 anni che giocavano a calcio. Uno di loro aveva la maglia numero 10 dell’Argentina, col nome di Maradona. Una di quelle maglie ‘made in China’ che hanno invaso il mondo. A vent’anni di distanza da quanto Maradona aveva lasciato il calcio, quei ragazzini, in quella terra martoriata dalla guerra, indossavano ancora la sua maglia“.

Le parole colpiscono profondamente chi scrive quest’articolo, per motivi anagrafici, purtroppo, costretto a vivere quei momenti solo grazie a videoclip, come quelle riportate nel pezzo, e narrazioni magistrali come questa “In quegli anni, oltre a Maradona c’erano due calciatori argentini che alimentavano i nostri sogni: Pedro Pablo Pasculli e Juan Alberto Barbas. Due calciatori che nel mio immaginario, come in quello di molti a Lecce e nel Salento, appartengono ad un’epoca d’oro del calcio: quello leggendario. E non semplicemente perché fosse grande calcio, ma perché era parte integrante della cultura popolare, nutrendo l’immaginario, le emozioni, i sogni e le rivalse di tanti. Un calcio romantico che apparteneva al patrimonio culturale collettivo“.

Ti ringraziamo Diego. Ti ringraziamo per averci indirettamente regalato una delle nostre bandiere. Ti ringraziamo per le partite vissute in quella che prima dell’ascesa del calcio a strisce giallorosse era una zona sconosciuta dell’Italia meridionale. Ti ringraziamo per aver esser stato il più grande con il pallone tra i piedi. E ti ringraziamo, anche se qualcuno non capirà, per la tua forza di essere contro. Nato poverissimo a Villa Fiorito, malgrado quella fame, non ti sei mai venduto, neanche davanti ai colossi più grandi, del calcio e del mondo, anche politico. Sei stato il mito del riscatto di tanti mondi, e, lo dico, anche di generazioni che purtroppo non ti hanno visto dal vivo dribblare come birilli quei difensori nel…gol più bello del mondo. Qui, lo possiamo dire, qualcuno di noi ti ha potuto ammirare. Ciao D10S.

Qui gli omaggi dei tanti miti giallorossi:

Francesco Moriero

Beto Barbas

Ernesto Javier Chevanton

Fabrizio Miccoli

 

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