Nella storia più o meno recente del Lecce tra le stagioni a spiccare nel cuore di ogni tifoso c’è senza dubbio quella targata Zdenek Zeman. Una stagione dettata da sogni, spettacolo, gol fatti ma anche tantissimi subiti. Quello era un undici che non temeva la possibilità di subire perché sempre pronto a rispondere colpo su colpo anche e soprattutto grazie a qualità tecniche indiscutibili. Una voglia di produrre che è ha caratterizzato le intenzioni (ed in parte è riscontrata nei fatti) di mister Eusebio Di Francesco, la cui squadra però sta subendo davvero troppo e, in modo preoccupante, lo fa a difesa schierata più che quando proiettata in avanti.
Il crollo
Soltanto un anno fa i giallorossi costruivano sulla propria fase difensiva la salvezza, meritatissima anche grazie allo storico risultato della doppia cifra di match a porta imbattuta. Al netto del cambio tattico che ha portato maggiori spazi a disposizione degli avversari soprattutto in ripartenza (lo si è visto a Frosinone come nel raddoppio del Genoa), la parte preoccupante è il crollo della tenuta che le linee hanno quando sono schierate. Come se Tiago Gabriel e compagni avessero perso la capacità di percepire il pericolo e, dunque, prendere le giuste contromisure.
Tra ragioni e soluzioni
Senza andare troppo indietro (di esempi tra Roma, Cagliari, Milan, Bologna ce ne sarebbero eccome), basti pensare alle reti d’apertura delle ultime tre settimane. McKennie, Cichella e Osmajic hanno tutte in comune l’aver preso gol a difesa praticamente schierata, con una netta superiorità giallorossa in area ed una passività di marcature spaventosa che ha reso semplici tre gol che semplici non lo sarebbero dovuti essere. E che hanno indirizzato gare preparate in modo diverso.
L’addio di Fabrizio Del Rosso, vero specialista della fase difensiva, è il più semplice dei motivi da indicare nell’elenco delle motivazioni ed ha già lasciato spazio a speculazioni che non trovano riscontri tali da farne un tema. Sarebbe però un grave errore fermarsi a questo nell’analizzare la decrescita difensiva di un Lecce che deve ritrovarsi dalla cintola in giù. Nei singoli, ma ancor più nei reparti, ma ancor più nelle fasi. Maglie così lunghe, atteggiamenti così passivi, aggressività latitante o scoordinata sono tutti aspetti che si possono allenare e mister Di Francesco deve trovare il modo di equilibrarli con una fase di costruzione al contrario migliorata rispetto alla scorsa stagione.









La mancanza di Del Rosso si sente, la difesa non più guidata dallo stesso ormai sbanda! C’è da chiedersi che fine ha fatto tutto il Lecce e non solo la difesa, società compresa!
Da qualche anno, purtroppo, abbiamo smarrito la nostra identità difensiva, passando dall’essere una squadra cinica e impermeabile a una compagine che subisce gol con una facilità disarmante, persino a schieramento consolidato.
Tuttavia, reputo il paragone storico, accennato nell’articolo del Direttore, decisamente forzato. Il Lecce del mitico di Zdeněk Zeman non è nemmeno un lontano parente di quello presente, ed è bene chiarirlo per non creare falsi parallelismi: quella squadra era una macchina da gol mossa da automatismi offensivi codificati al millimetro e, soprattutto, poteva contare su un materiale umano e su qualità tecniche individuali di ben altro spessore in fase realizzativa, capaci di compensare ampiamente i rischi difensivi. Oggi, invece, la proposta di gioco di Di Francesco non riesce a produrre lo stesso volume di fuoco, lasciandoci scoperti dietro senza raccogliere i frutti davanti.
Dal mio modesto punto di vista strettamente tecnico e tattico, il crollo della retroguardia giallorossa attuale è imputabile a precise concause strutturali:
1) Le falle e le amnesie posizionali: Subire reti da McKennie, Cichella e Osmajić evidenzia una gravissima passività nelle marcature all’interno dell’area di rigore. Non parliamo di gol presi in contropiede o in transizione negativa — dinamiche strutturali quando si sposa un calcio propositivo — ma di una preoccupante mancanza di letture e di aggressività sui tracciati e sulle palle inattive. I difensori guardano la palla e non l’uomo, perdendo completamente la percezione del pericolo a difesa schierata
2) I limiti del Modulo e l’eredità tattica: il 4-3-3 Di Francesco, votato a una fase di costruzione più elaborata e a una pressione più alta, richiede linee corte e sincronismi perfetti. In questo momento, invece, assistiamo a un Lecce con le “maglie lunghe”, dove le distanze tra i reparti saltano sistematicamente. La suggestione legata all’addio nello staff dello specialista Fabrizio Del Rosso — che tanto bene aveva fatto nell’organizzare la fase di non possesso l’anno scorso — non va ingigantita, ma è innegabile che i meccanismi di reparto attuali siano scoordinati e privi della necessaria copertura da parte del centrocampo.
3) Il livello tecnico e l’involuzione dei singoli: elementi come Tiago Gabriel stanno soffrendo questa totale perdita di equilibrio collettivo. Oggi i centrali e i terzini si trovano spesso esposti all’uno contro uno o a dover coprire porzioni di campo troppo ampie per via di una mediana che non fa adeguato filtro. La tecnica palla al piede in fase di impostazione è quella che è, ma si è perso anche quel sacro furore agonistico nei duelli individuali che in Serie A fa la differenza tra la salvezza e la retrocessione.
Dobbiamo necessariamente invertire la rotta e trovare il giusto compromesso tra filosofia offensiva e solidità del blocco difensivo per uscire da questa spirale negativa prima che le prossime sfide complichino definitivamente il cammino. Il tempo per recuperare e porre rimedio c’è, ma non è infinito. Forza Lecce, sempre, ovunque e comunque.
Ma soprattutto, che fine hanno fatto i 34 milioni di euro di utili netti? 😂😂