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Giacomazzi racconta a CL i primi tempi a Lecce: “Quante pressioni, ma poi fui subito decisivo. Nella rimonta con Rossi invece…”

L’ex capitano del Lecce, nostro ospite in diretta, racconta i suoi primi anni nel Salento. Dalle pressioni percepite nel primo anno, alla mega-rimonta del 2003/2004, ripercorriamo la prima parte del suo racconto.

L’ARRIVO A LECCE. “Un mio obiettivo era arrivare nel calcio italiano. Era un sogno giocare in Serie A, ammiravo Fonseca, Francescoli, Aguilera, con cui ho giocato al Penarol: dei calciatori importanti del mio paese che giocavano in Italia. Dopo che in Uruguay indossi la maglia della nazionale e giochi per una squadra grande, l’obiettivo è lo sbarco in Europa. Per me è stato il Lecce. I giallorossi mi hanno dato questa possibilità. L’anno prima ci sono state delle trattative con il Torino e con il Vicenza di Guidolin, dove giocavano i miei connazionale Otero e Mendez. Non potei andare però in quanto extracomunitario: stavo per partire nel 1999. Corvino e Semeraro mi hanno dato questa possibilità, sono riuscito a venire a Lecce con Chevanton e mi sono trovato bene fin dal primo giorno”.

SUBITO DECISIVO. “Ci siamo fatti poi conoscere subito: Cheva addirittura dopo 40 secondi in Lecce-Parma, io alla prima trasferta ho fatto doppietta al Garilli di Piacenza. Siamo stati fortunati ad avere un impatto iniziale che ti permette di adattarti con tranquillità, la A è competitiva e per noi il Lecce fece una grande spesa. Lucarelli aveva fatto benissimo al Via del Mare e c’era attesa per noi. Moroni e Fenucci ce lo dissero: eravamo un passo importante per la società. Con coi, Cavasin cambiò gioco, da un bomber di 1.90 a un attaccante brevilineo. Il mio procuratore, Paco Casal, anche mi fece notare questo: il Lecce aveva speso molto per noi e credo che quei gol iniziali ci abbiano facilitato ad introdurci in un gruppo di ragazzi quasi tutti italiani, bravissimi come Tonetto, Savino, Conticchio, Colonnello, Balleri, persone brave a cui sono legato ancora oggi. I loro insegnamenti hanno aiutato la mia crescita anche come capitano”.

GIACO GOLEADOR IN A. “Con Cavasin giocavo più in avanti in campo rispetto al solito. Feci doppietta a Piacenza perché avevamo Vugrinec e Cimirotic out. Mi trovai a fare la seconda punta più che la mezzala. Lui voleva una mezzala d’inserimento ma pretendeva anche dei compiti difensivi. In quella gara finii a giocare dietro a Cheva nel 3-5-1-1. Dopo quei due gol, l’allenatore vide in me l’alternativa a una seconda punta. Io giocavo ma nel Penarol facevo il mediano, non facevo neanche la mezzala. Avrò fatto 6-7 gol tra campionato e Copa Libertadores. Quando si giocava contro brasiliani, argentini e colombiani c’era da difendere. L’annata, su questo aspetto fu insolita”.

UN CALCIO DI DIVERSO LIVELLO? “Quello dell’anno successivo in cadetteria era un Lecce molto forte, come la stagione prima. Tutti gli anni, specialmente in quello di Zeman, avevamo forti individualità. Gegè Rossi dice che il Lecce del 2002/03 sarebbe da Champions League oggi? Con i valori che avevamo a disposizione, attualmente potremmo piazzarci in posizioni diverse dalla salvezza. Mi spiego. Allora era una Serie A difficile, andavi a giocare a Bologna e ti trovavi di fronte Signori, a Siena c’era Chiesa ad esempio. Campioni in ogni dove. Nelle grandi poi c’erano nazionali anche in panchina. Fare paragoni non è giusto per chi gioca oggi. Io che mi sono trovato negli anni 2000, giocando anche contro il Brasile di Kakà,Rivaldo, Ronaldo e Ronaldinho, dico che giocare in Italia allora era più difficile di giocare in Italia oggi. Dal 2010 in poi il livello del calcio italiano è calato un pochettino. Non dico che i calciatori di oggi sono scarsi, il campionato era molto più competitivo”.

I CAMPIONI AFFRONTATI. “Ammiravo Seedorf da fuori, in campo sempre più. Parlava molto, anche molto in campo. Da uruguaiano, a volte, mi partivano un po’ i nervi e dovevi andare a graffiarlo. Poi Ibra giovane, Zidane, Ronaldo, calciatori che accettavano gli interventi duri. Per noi uruguaiani, è normale sopperire alle mancanze tecniche con la ‘garra’. Storicamente, avendo vicino Brasile e Argentina, non potendoci paragonare ai loro valori, dovevamo cacciare qualcos’altro per vincere. Alla fine l’Uruguay ha raggiunto 15 Coppe America, qualcosina si è fatta”.

LA RIMONTONA CON DELIO ROSSI. “Quell’anno fu particolare perché non partii bene. Ebbi problemi fisici e non feci il ritiro, mi feci male in Nazionale e per me non fu esaltante. La squadra non partì bene anche se le prestazioni non mancavano. Perdevamo per poco e, come spesso accade, ci trovavamo in una posizione che non meritavamo. Il mister ha poi cambiato lo schema in 4-4-2 e fu difficile trovare spazio per me, dovetti capire quando era il momento giusto per trovare la mia possibilità e accettare quando non c’era. Faceva parte dell’organizzazione e dello spirito di squadra. Si è visto che c’era qualcosa che ci poteva spingere verso la salvezza nonostante la situazione delicata. La squadra correva, pressavamo e trovammo una serie di risultati importanti per poi salvarci meritatamente“.

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