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Giacomazzi a CL: “In Europa con Zeman? Ce la saremmo giocata. Convinsi De Canio a prendere Di Michele e…”

Il centrocampista uruguaiano, recordman di presenze in Serie A, racconta la stagione 2004/2005 agli ordini di Zdenek Zeman e rivive gli step successivi tra i due trasferimenti a Palermo ed Empoli e il ritorno, anticamera del nuovo successo con Gigi De Canio dopo una retrocessione…ricordata con piacere.

CONFERMA VOLUTA DAL BOEMO. Giaco riprende il racconto dalla fine della stagione 2002/2003, annata in cui lo spazio per lui, complici vari fattori, non fu molto: “Pantaleo Corvino mi disse che il tecnico mi voleva fortemente. Andai a parlare perché l’anno prima fu particolare, non giocavo molto e volevo capire se da parte della società c’era qualche malcontento e se dovevo guardarmi intorno. Zeman intendeva il ruolo di mezzala come l’avevo fatto l’anno prima, mi aveva visto giocare già in Uruguay quando giocavo nel 4-3-3 e mi disse di giocare così“.

RITRATTO DI ZZ, TRA GIOIE E DOLORI. “Il mister, ironico e molto particolare, legai tanto con lui, mi convinse a rimanere e gli ricambiai la fiducia spaccandomi fin dal primo allenamento. Le sessioni erano dure, lui era un po’ personaggio, ci faceva lavorare anche per rispettare questa sua consuetudine. Il lavoro però te lo ritrovavi in campo, ho imparato tanto dal punto di vista offensivo. I suoi principi ci davano libertà, una libertà all’interno di un insieme di calcio. Credo che quella squadra ogni tanto esagerasse col giocare in avanti. A lui non piaceva quando difendevamo l’1-0, accadde con l’Atalanta e si arrabbiò molto nonostante i tre punti. Dovevamo sempre offendere, e ci insegnava tanto. Dall’altra parte, però, difensivamente c’erano dei concetti particolari, prendevamo dei gol evitabili, Cassetti e Stovini si arrabbiavano spesso…era comunque il suo modo di fare calcio. Facemmo tantissimi gol, eravamo una squadra che proponeva calcio”.

I CONTRASTI. “Ogni tanto parlavamo con Zeman durante il campionato. A volte andavo io a volte Stovini dato che Ledesma era un po’ introverso, chiedevamo di riposare. Ad esempio dopo un venerdì di doppio chiedevamo un po’ di stop e mi diceva, prendendomi in giro, ‘Giacomazzi, vuoi fare te l’allenatore’. Accettavamo e la prendevamo sul ridere. Il secondo ci illustrava spesso i metodi sul ritiro, i calcoli sugli allenamenti e altro. A volte, però, a un calciatore basta una pausa anche mentale per star bene”.

IL CALO E L’EUROPA MANCATA. “A gennaio tendenzialmente le squadre di Zeman calavano dal punto di vista fisico…abbiamo sofferto con delle prestazioni non all’altezza, ma giocavamo. Ricordo una sconfitta ingiusta a Udine, facevamo la partita non come all’inizio ma giocavamo ‘schiaffo su schiaffo’. Sui campi pesanti facevamo fatica. C’è rammarico per quanto non fatto, potevamo ottenere qualcosa in più, anche sul piano delle dichiarazioni. Alla società non piacquero delle sue uscite, il mister mise delle idee di Europa all’ambiente. Alla fine ci salvammo ed era quello l’obiettivo del Lecce. A me è rimasta quella cosa. Ci fosse stata qualcosina di diverso, dal mister alla società, ce la saremmo giocata diversamente per arrivare a qualcosa d’importante”.

DA ZEMAN A GREGUCCI. “Un calo di motivazioni dopo l’anno con Zeman e le due stagioni deludenti? Il post Zeman per me fu traumatico. Con Gregucci mi ruppi il crociato, non ci sono stato nei primi cinque mesi, rientrai velocemente ma una volta tornato dopo questi tipi d’intervento non si è mai al cento percento. Ci furono grossi cambiamenti di mentalità: passammo da un tecnico stra offensivo a un catenacciaro, quel Gregucci era catenacciaro. Fare pressing offensivo con lui era impossibile. Fu complicato cambiare ‘chip mentale’ alla squadra. Non sapevamo come far male alle grandi. Con Zeman l’unico cambio ‘difensivo’ era mettere Cassetti davanti, con Angelo messo a fare terzino. Fu l’unico cambio che ci lasciava un po’ straniti. Non ci diceva nulla di strano se giocavamo così contro la Juve, il Milan o la Lazio. Lui voleva andare alto, aggredire…

CAMPIONATO INFELICE. “Con Gregucci ogni palla era una copertura e non riuscimmo a cambiare. Dal punto di vista offensivo e fisico si percepì il cambiamento di una squadra sofferente. I difensori si sentivano protetti, ma la squadra era lontana dalla porta avversaria. Il mister era alle prime esperienze, sicuramente ci fu un dialogo con la società, ma partimmo male in A e difficilmente recuperammo facilmente”.

EMPOLI E PALERMO. “Ai 26-27 anni feci due tre anni in cui ebbi un calo, persi la nazionale. Bisogna essere autocritici. Non fu facile per me, non feci bene dal punto di vista calcistico. Per sei mesi sono stato al Palermo in una squadra forte, stavo per andare al Siena ma i rosanero volevano una mezzala in più e andai lì. Ritrovai la Serie A, giocai poco ma trovai un bel gruppo. Io ero al 50 percento fisicamente, giocai poco e non fu facile inserirmi in un gruppo forte. A Empoli invece fu diverso, in una cittadina tranquilla. Feci la UEFA con loro e c’erano tanti giovani: Giovinco, Abate, Marchisio, Antonini, che non voleva fare il terzino e lo convincemmo. I vecchi erano Adani, Tosto. La squadra fu rivoluzionata a metà campionato, non andammo benissimo ma potevamo fare molto meglio. Ci mancava una persona che ci desse un’idea calcistica diversa per la qualità che aveva la squadra. Con calciatori così tecnici ci si poteva divertire di più e ottenere meglio i risultati”.

RITORNO A LECCE IN A. “A tre mesi dalla fine del campionato mi chiamarono Fenucci e Angelozzi. Il Lecce decise di riscattarmi e ogni volta che c’era da scegliere optai per Lecce. Non per pigrizia, ma per riprendere quello che è stato fatto prima. Con Beretta in A? Mi trovai benissimo per come era l’allenatore, arrivai con una testa diversa rispetto agli anni passati. Con lui feci tutti i ruoli ma mi disse ‘ti vedo mezzala ma anche trequartista come Kharja e play’. A livello di risultati non fu la migliore annata, non facevamo un gioco fluido ma a livello personale fu una delle mie stagioni più belle a Lecce. Feci tante belle prestazioni, corsa, aggressività, giocate personali…tornai anche in nazionale e quell’anno mi piacque tanto anche se il Lecce non andò bene”.

L’ULTIMA PROMOZIONE E GIACOMAZZI ‘CONSULENTE’. “De Canio era un allenatore che amava il contatto coi calciatori. Comandava lui ma chiedeva molto, comunicava. Con me, con Vives, ci consultavamo molto, anche con Di Michele. C’era un bel gruppo e si puntava a fare quello. Anche non giocando, si puntava a far bene pur non sapendo di essere i più forti in B. L’arrivo di David fu importante. Il mister mi chiese un parere su Di Michele, in giro si dicevano cose negative di lui. Io dissi ‘si allena come un animale, è fortissimo’. Il Lecce lo prese e facemmo il salto di qualità. Eravamo già forti con Marilungo e Corvia e per la B, Di Michele, simboleggiò una grande spinta con la sua esperienza e qualità”.

 

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