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Hjulmand, la Danimarca e delle idee per tornare a credere in sogni e propri principi

Domani alle 15, la nazionale under 21 danese affronterà l’Islanda nel secondo match valevole per gli Europei Under 21. La sorprendente vittoria contro la Francia evoca l’impresa più grande che la Danimarca calcistica ha centrato: la vittoria degli Europei 1992. L’epopea è divenuta anche un film.

Abbiamo scritto tanto e speriamo di scrivere tanto ancora sulle gesta di Morten Hjulmand, centrocampista che simboleggia il nuovo corso del Lecce in un periodo dove di ottimismo, tra problemi più importanti di una partita di calcio e stadi vuoti che svuotano questo mondo della componente più passionale, ce n’è sempre di meno. Questa mattina però il focus non è sul miglioramento delle prestazioni, certificate dalle statistiche, e neanche strettamente sull’attualità, visto che il 21enne, dopo essere entrato nel finale dell’esordio nei campionati europei Under 21, affronterà oggi la seconda gara del girone.

Dall’attualità è nata però una scintilla per due parole in libertà, tra una notizia e l’altra. La Nazionale di calcio della Danimarca evoca per molti esperti una storia ai limiti dell’incredibile. La nazione nordica non vanta sicuramente una grande tradizione in fatto di vittorie calcistiche e addirittura la qualificazione agli Ottavi di Finale di Messico 1986 rappresentò un risultato leggendario per la Danimarca, i cui calciatori, poi sconfitti dalla Spagna, furono accolti a Copenhagen con lo status di leggenda. Il gioco della squadra, veloce e offensivo, fu ribattezzato la “Dynamite danese”.

Il calcio però è come la vita. Dà e toglie. E anche quando si è sul fondo non si deve mai perdere la voglia di guardare in alto, anche laddove le vette sembrano irraggiungibili. Nel 1990, Richard Moller-Nielsen, assistente del ct della Danimarca nel 1986, il tedesco Piontek, viene nominato non con la classica gioia che c’è dietro a ogni cambiamento. La DBU (federcalcio danese) non raggiunse l’accordo con Wohlers e l’ex secondo era l’ultima alternativa pensata dai vertici. Il rifiuto dei tecnici più quotati portò però alla sua nomina. Moller-Nielsen, umile ma ambizioso, sogna un nuovo approccio tattico, più difensivo, per regalare dei successi alla sua squadra.

Le idee però si sbatterono contro la scarsa considerazione che i senatori. I fratelli Laudrup, Schmeichel e Molby di certo non furono diligenti col tecnico, percepito “non di polso”. Le qualificazioni a Euro’92 ne furono espressione: Danimarca sconfitta nelle prime tre gare e “capriccio” dei milionari calciatori danesi che chiedevano la testa di Moller-Nielsen, incredibilmente confermato dalla DBU. Si narra che l’allenatore raccogliesse i palloni a fine seduta. I fratelli Laudrup addirittura lasciarono la Nazionale, Moller-Nielsen proseguì con il suo approccio difensivo ma la risalita finale non bastò per la qualificazione, persa appannaggio della Jugoslavia.

Nell’estate del 1992 la Jugoslavia iniziò a disgregarsi. A 10 giorni dall’inizio dell’Europeo, la UEFA invitò i danesi a recarsi in Svezia per la kermesse in quanto, a seguito della risoluzione ONU si vietò a ogni nazionale jugoslava di partecipare a manifestazioni sportive. Moller-Nielsen sbalzò dal divano e si adoperò in fretta e furia per costruire una rosa che, a detta di molti, avrebbe avuto ben corta permanenza. Brian Laudrup tornò, al contrario del fratello Michael, campione d’Europa con il Barcellona.

Il “gruppo di ragazzi grassi in vacanza”, definizione coniata da Schmeichel, pareggia con l’Inghilterra, perde la seconda con la Svezia e sembra essere finita. Ci crede solo Moller-Nielsen, aggrappato all’unica possibilità matematica di qualificazione data da una vittoria sulla Francia accompagnata da un successo della Svezia sull’Inghilterra. Andrà così. La semifinale con l’Olanda e la finale con la Germania poi sono gli scalini finali verso l’empireo.

L’Europeo del 1992 è diventato un gradevole film, disponibile su Netflix a questo link. Omettiamo particolari importanti del lungometraggio, che ovviamente esce dall’alveo del mero racconto sportivo, dedicato a Moller-Nielsen, deceduto nel 2014 a seguito di un tumore.

Torniamo a parlare di Morten Hjulmand, dell’impresa di altri giovani ragazzi danesi centrata solo due giorni fa e di Estate’92, il titolo italianizzato del film. Non vogliamo assolutamente fare dei paragoni tecnici né “arditi” tra un giovane diventato di belle speranze e delle leggende dello sport. Ma, a nostro parere, il danesino ora coltivato da Pantaleo Corvino sa già come risalire. Dopo il taglio del cordone ombelicale dato dal divorzio dall’FK Copenhagen, la squadra più titolata di Danimarca dove Hjulmand è cresciuto, l’Admira Wacker Modling, in Austria, doveva essere un passo in avanti ma la consuetudine fu la lotta nei bassifondi del torneo austriaco. A dare una carta per cambiare la storia personale di Hjulmand non fu fortunatamente una guerra, ma le congetture, miste alla scadenza di contratto, che lo hanno portato a essere sul taccuino del direttore tecnico giallorosso.

Da qui in poi la storia è nota, ma ancora una volta è bello però immaginare l’atteggiamento di battaglia, senza fronzoli e atteggiamenti sopra le righe, messo sempre in campo da Morten. Quella battaglia che fu ieri di Moller-Nielsen, più forte di tutte, ma proprio tutte le avversità sportive, e che contraddistingue anche l’unita Danimarca Under 21 di questi Europei di categoria. Hjulmand, per motivi anagrafici, è figlio di un altro calcio e l’Europeo di Svezia’92 fa parte di racconti tramandati. Nell’immaginario collettivo, prima della classe dell’interista Christian Eriksen, alla definizione “centrocampista danese” non si poteva non rispondere richiamando i fratelli Laudrup. Hjulmand, che in quel reparto sta cercando di sgomitare per diventare grande, immaginiamo, sogna altre associazioni, umane e tattiche: Kim Vilfort, John Jensen e Henrik Larsen. Il perché? Beh, se siete curiosi potete guardare una storia di calcio, che stupisce indipendentemente dal finale arcinoto dagli almanacchi. Di questi tempi si sente il bisogno.

 

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