Da oramai tre stagioni Marco Bleve è il titolarissimo della porta della Carrarese, che ha riportato in Serie B dopo una lunga assenze. Il classe 1995 ha salutato il Lecce a titolo definitivo ma certo non i colori della sua terra, di cui resta tifosissimo. Di questo e non solo ha parlato ai microfoni di Radio Sportiva.
Passione giallorossa
“Quando parlo del Lecce mi emoziono sempre, questa è una cosa che non cambierà mai. A 7 anni sono entrato nel settore giovanile di quella che era già la mia squadra del cuore, sono percorsi che non si dimenticano facilmente e la mia testa ed il mio cuore sono sempre lì. Anche se le strade si sono divise il mio tifo per il Lecce resta. E poi ora c’è mio fratello che, sempre da portiere, è arrivato anche ad essere convocato in prima squadra e spero possa continuare a crescere”.
Vittorie pre sosta
“Gli importanti successi con Sampdoria e Bari, due scontri diretti, ci hanno consentito di ottenere sei punti per noi importantissimi. E anche di arrivare alla sosta con un po’ più di serenità, anche se non abbiamo ancora fatto nulla e alla ripresa del campionato ci sarà da sudare”.
Interpretazione del ruolo
“Il mio idolo è sempre stato Gigi Buffon, ma devo dire che negli ultimi anni guardo altrove perché l’interpretazione del ruolo nel calcio moderno è molto cambiata. Adesso si gioca di più con i piedi, il portiere è chiamato a partecipare di più al gioco per ragioni tattiche, visto che la tecnica generale è forse meno in primo piano che in passato. Io cerco di dare il mio contributo, Calabro si fida di me anche se non bisogna mai esagerare. Gli 11 clean sheet? Sono un risultato importante, ma il merito è di tutta la squadra, non solo mio”.
Seguici su
Aggiungi calciolecce.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.









Vamossss LECCEEEE 🇲🇰🥳💪
Bravo Marco ottimo professionista
Bravo marco ti ho sempre ammirato per l’impegno alla maglia
Il tono accorato di Bleve durante l’intervista ricordava tanto quello di Falcone verso la Roma. Mi chiedo perché alcune persone non credono sia possibile contemporaneamente essere professionisti e avere una squadra del cuore diversa da quella in cui si lavora.