“Domani conta solo il risultato”. Il messaggio prima di Torino-Lecce era tanto chiaro quanto insolito vista la comunicazione a cui siamo abituati dagli allenatori e nello specifico da Di Francesco, quest’anno voglioso di mettere in campo una squadra più briosa e offensiva. Dopo tre sconfitte di fila e nel pieno di un’emergenza infortuni che pian piano si sta contenendo, il Lecce non permettersi sul piano psicologico un altro passo falso.
Primo tempo di sbadigli
Il Lecce ha registrato la difesa lavorando tanto sui meccanismi coordinati e sulla propensione ad aiutare il compagno. Su questo, il rientro di Gaspar dopo l’ingenua espulsione di Lecce-Juventus ha contribuito a dare temperamento, comunicazione chiara e soprattutto equilibri. Ciò può avere anche più importanza dell’inedita veste tattica. Si erano presagiti adattamenti per fare sacrifici e giungere a un risultato e la scelta è ricaduta sul doppio terzino a destra. Per sopperire all’assenza di Pierotti, Di Francesco ha lanciato dal 1′ Dembélé contro il “suo” Torino e Danilo Veiga ha fatto il braccetto in un, senza vergogna, 5-3-2 bello e buono. A farne le spese è stato Fatah, seconda punta a supporto di uno Stulic ancora lontano dalla creazione di palle gol personali. Le necessità disposte dal primo tempo hanno creato una prima frazione in cui l’emozione più intensa è stata…la linea storta della porta sotto la Curva Maratona con match iniziato un quarto d’ora dopo le 15.
E il Torino? Kulenovic non ha punto, Simeone è stato tenuto lontano dall’area e il doppio terzino ha contenuto la freschezza di Cacciamani. Vlasic ha provato a muovere la difesa leccese tra le linee ma gli errori di una costruzione lenta (malino anche Fitz-Jim) non hanno aperto brecce. Dall’altra parte, detto già di Stulic, il Lecce ha provato ad affidarsi alle solite palle inattive mancando della solita precisione in rifinitura
Finalmente la reazione
Il Lecce lascia il Piemonte con il secondo punto recuperato dopo esser andato in svantaggio nella gestione Di Francesco in 25 occasioni. Il vantaggio Toro è arrivato dal nulla. Simeone, insidia tanto temuta della prima mezz’ora dove il Lecce molle in approccio soffre, ha colpito grazie alla sfortunata deviazione di Gaspar.
Nell’immediatezza, Di Francesco è tornato al 4-3-3. Out Dembélé, Stulic e Kaba, dentro N’Dri, Geubbels e soprattutto l’insostituibile Coulibaly.
Il gol di N’Dri è giunto in una sorta di compensazione tra tiri deviati e terminati in porta (tocco fatale per Perri compiuto da Braganca sul nigerino) e, nell’immediatezza, il Lecce ha avuto anche un’inerzia positiva per provare a colpire ancora. Durata poco. La poca forza offensiva dei giallorossi ieri, denotata dall’allenatore, si è fermata lì. Completare la reazione con un sorpasso avrebbe potuto dare un grande sprint prima della sosta novembrina (fortunatamente con Coulibaly a lavorare in sede), ma dopo la settimana nera tra Juventus-Frosinone-Genoa, nella prima capitale d’Italia val bene anche un pareggio.
Falcone c’è
L’1-1 è da accogliere più che positivamente. Il Lecce nel finale ha sofferto gli attacchi torinisti dalla sinistra. Senza gli equilibri garantiti da Dembélé e Danilo Veiga che hanno fatto un po’ i Pierotti, il Toro ha premuto nel finale ed è servito un super Falcone su Adams prima e Simeone poi dopo una rovesciata dello scozzese che ha accarezzato il palo su quello che sembrava un pallone da neutralizzare da una difesa che pareva un po’ sulle gambe.
Contava il risultato, contava lenire l’emergenza infortuni. Una squadra matura e un allenatore esperto e competente sanno leggere il momento e fare di necessità virtù. Ieri il Lecce ha lottato e il punto, giunto dopo una partita sicuramente non bella, serviva a muovere la classifica e vivere la sosta con un pizzico più di serenità. Il calendario che verrà dal 21 novembre, forse, avrà bisogno di altre esibizioni di questo “vecchio” Lecce che potrebbe sacrificare qualcosa in avanti per essere attento in difesa.








