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Conte e le esultanze senza freni. Viva la libertà, ma perché parlare di “cuore”?

Anche ieri, come in passato, il tecnico dell’Inter si è lasciato andare in inarrestabili festeggiamenti di fronte al Lecce e ai suoi tifosi.

A legare Antonio Conte e il Lecce c’è un rapporto, o qualunque cosa esso sia, decisamente particolare. Un rapporto che nasce dalla comunanza di origini: la città di Lecce. Un rapporto che ha attraversato momenti, per usare un eufemismo, “particolari”, dall’euforia post gol ai giallorossi in maglia Juve alle dichiarazioni da allenatore del Bari. Un rapporto che ieri, durante e dopo Inter-Lecce, ha vissuto la sua ennesima, grottesca, puntata.

Facciamo una precisazione: qui non si mettono in dubbio quali siano i diritti e gli obblighi di un professionista, che deve dare tutto sé stesso nei confronti del proprio datore di lavoro. Che deve fare il possibile per far gioire i propri tifosi, e per raggiungere i propri obiettivi. Né tantomeno, il che sarebbe ancor più grave, vuole essere messo in discussione il concetto di libertà. Ognuno può agire come meglio crede. Ma andiamo con ordine.

Inter-Lecce, come ogni primo turno dal contorno particolare che si rispetti, ha avuto un prepartita lungo un mese. In questo lasso di tempo il tecnico Antonio Conte, leccese di nascita e cresciuto in giallorosso, è stato incalzato dalle domande circa, appunto, il Lecce. Lui non si è nascosto: “per me non è una partita come le altre perché ho il Lecce nel cuore”, ha ribadito sempre.

Non una dichiarazione d’amore, ma poco ci manca. Un messaggio dai connotati di implorazione di armistizio con quella tifoseria che, se forse a ragione nei perché, magari a torto nei come, non ha mai mancato di insultarlo. Faceva quasi tenerezza nel vederlo, dopo lunghissimi minuti in cui parlava con determinazione del lavoro svolto in campo, intenerirsi ricordando le proprie origini. E, soprattutto, i colori di una maglia che ha voluto ribadire di amare.

E poi? Un destro a giro di Brozovic, un rasoterra chirurgico di Sensi, un tap-in di Lukaku, un missile di Candreva. Sono le sottigliezze che separano le dichiarazioni d’affetto dalle esultanze alla Marco Tardelli. Ad onor del vero nelle suddette conferenze stampa, Conte non lo ha mai nascosto: in campo si sarà sempre avversari. Passi anche questo. Ma non prendiamoci in giro: contro chi ami puoi vincere come contro chiunque altro, ma non esultare con disinibizione tale da, appunto, annullare da 100 a 0 quei sentimenti che tanto hai tenuto a descrivere, evidenziare, sottolineare. E’, decisamente, una contraddizione.

Ok, ma qual è il punto? Il punto è dare una chiave di lettura a una delle storie più “colorate” (per non dire assurde) che costellano il calcio italico. Senza intestardirsi sulla strada della difesa dell’uno o dell’accusa dell’altro. Il comportamento di Conte è un’incetta di ipocrisia che ha alimentato ancora le furie dei suoi conterranei. I quali, nel postpartita, si sono scatenati in insulti talvolta beceri ed inaccettabili, ma quasi sempre provocati.

Ammettere, senza remore, di essere un professionista che mette il risultato nettamente dinanzi a qualsiasi cosa sarebbe un segno di rispettabile coraggio. Senza mettere in mezzo, passioni, ragioni o sentimenti. Senza romanticismi che, accostati a quanto poi accade puntualmente sul rettangolo verde, assumono contorni monicelliani. Anche perché, diciamolo: le idee diverse dalle proprie vanno accettate sempre, ma essere preso in giro non piace proprio a nessuno.

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