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ESCLUSIVA – Barbas: “Ho il Lecce sulla pelle, un onore averne scritto la storia. I tifosi ancora mi fermano per cantare il mio coro”

In una lunga intervista, Juan Alberto Barbas, per tutti Beto, si racconta ai nostri microfoni. Gli inizi della carriera, la Nazionale, l’approdo in Europa ma soprattutto quei magici, ed indimenticabili, anni con il giallorosso cucito sulla pelle.

Che tu sia un appassionato con 70 o più anni di tifo all’attivo, o un ragazzino che ha visto il Lecce in Serie A per la prima volta quest’anno, non puoi non riconoscere in Beto Barbas uno dei più grandi giallorossi di sempre. L’ex centrocampista argentino, 149 presenze e 27 gol nei cinque anni al Via del Mare, è assieme a Pasculli il primo “colpo” di caratura mondiale del club salentino, il primo acquisto big del Lecce in A. Noi gli abbiamo chiesto di raccontarsi in un’intervista esclusiva che lui, gentile ed entusiasta, ha rilasciato a CalcioLecce direttamente dalla sua casa di Buenos Aires.

Voce spesso rotta dall‘emozione di ricordare quegli anni d’oro. Tono sempre orgoglioso di chi è consapevole di aver dato tutto per quella gloriosa maglia. E, in ogni risposta, un emozionante senso di gratitudine per un popolo, quello salentino, che lo ha adottato ergendolo a idolo indiscusso della tifoseria.

La straordinaria vita da calciatore di Beto Barbas inizia ad Avellaneda, sponda Racing Club. Quanto è stata importante La Academia per la tua carriera?

“Lego i miei primi anni da calciatore al Racing Club a cui devo molto, se non tutto. In biancoceleste, partendo quasi da zero, sono diventato un grande calciatore. Ringrazierò per sempre quella società che mi ha permesso, tra le varie cose, di esordire in nazionale. A partire dalla vittoria di quel Mondiale Under 20 in Giappone nel 1979. Eravamo una grande squadra, che poi ha fatto le fortune dell’Albiceleste anche in futuro”.

Che vuol dire vestire la maglia della Seleccion per un argentino?

“Indossare la maglia nella mia Nazione non è per tutti, e io ho avuto l’onore di vestirla per 33 volte. Per capire cosa vuol dire giocare per l’Argentina bisogna farlo. La maglia pesa eccome, c’è un intero Paese a spingerti, è bellissimo, ti riempie d’orgoglio ma ti fa anche sentire un enorme peso e pressione”.

E dopo soli tre anni dal tuo esordio, ecco il Mondiale spagnolo. Tanti rimpianti per non essere arrivato in alto con una Nazionale fortissima?

“In quel Mondiale eravamo prontissimi, perché Menotti aveva costruito l’Albiceleste sulle basi della compagine Campione nel ’78. Aggiungendoci cinque o sei più giovani, come me, molti dei quali iridati con l’Under 20. Eravamo i campioni in carica, avevamo addosso gli occhi di tutti e ciononostante partimmo benissimo. Nessuno ci faceva paura, stavamo meglio di molti, soprattutto dell’Italia. Nel secondo turno, però, fummo sfortunati, sia perché capitammo nel girone di ferro con Italia e Brasile sia per alcune squalifiche pesanti. Ricordo ancora il match con gli Azzurri, e le attenzioni speciali riservate a Maradona. Oggi Gentile avrebbe più espulsioni subite che partite giocate”.

Restando in tema Nazionale, come mai dopo tante gare da protagonista, Bilardo decise di non convocarti per Messico 1986?

“Giocai da grande protagonista tutte le gare delle qualificazioni per il Mondiale ’86, anche dopo l’arrivo a Lecce. Poi però non fui convocato per la rassegna messicana. Ci rimasi malissimo, anche se un po’ me l’aspettavo. Sapevo che il ct Bilardo non mi voleva. Ufficialmente perché in un’amichevole tra Napoli e Argentina, io indossai la maglia dei partenopei, cosa che non piacque al ct. Ma in realtà aveva già deciso di lasciare fuori me come altri grandi giocatori. Non ho mai capito il vero perché”.

Tornando ai club, Spagna ’82 ti vale il passaggio dal Racing Club al Real Saragozza. Un passaggio intermedio importante tra il campionato argentino e quello, ai tempi, più importante del mondo, ovvero la Serie A?

“Prima del mondiale in Spagna, in realtà sapevo già che sarei rimasto nella penisola iberica, perché mi aveva acquistato il Real Saragozza. Prima di un’amichevole Argentina-Germania, precedente al Mondiale, fui contattato dai dirigenti spagnoli, che mi ingaggiarono. Io ero pronto all’impatto col grande calcio europeo, che fu ottimo. Questo grazie al Flaco Menotti, mio ex allenatore che, da fan del gioco semplice ed efficace di matrice tedesca e, più in generale, europea, mi rese pronto al passaggio. Tant’è che per tre anni su tre fui eletto miglior straniero della Liga. In Aragona il mio tecnico era l’italiano Enzo Ferrari, che mi disse che ero pronto al salto in un torneo ancor più importante come quello italiano”.

Titolarissimo dell’Argentina, miglior straniero della Liga, poi ecco il Lecce. Qual è il perché del passaggio ai giallorossi?

“In Spagna avevo fatto benissimo, su di me c’erano tantissime squadre, ma ad arrivare primo fu il Lecce. Io accettai senza problemi, mi sembrava una società seria e vogliosa di far bene al suo primo anno di A, con idee chiare per il futuro. Questo fu importantissimo, soprattutto il fatto che la dirigenza era davvero straordinaria. Io sin dal primo momento mi innamorai di Lecce e del Salento. E così fu per la mia famiglia. La lingua non fu un problema, anche se non parlavo tanto capivo benissimo e mi facevo capire. L’impatto fu positivissimo“.

E quello con la Serie A? Ancora scottato dalla tua unica retrocessione in giallorosso?

“Il primo anno fu durissimo. Molti dei ragazzi venivano dalla Serie B, poi c’eravamo io e Pedro agli esordi, sebbene avevamo avuto un buon approccio al calcio italiano, privo di problemi. In generale non fu semplice l’adattamento del gruppo a una prima divisione. Eppure giocavamo benissimo, ma eravamo molto, molto sfortunati. Pareggiavamo, o addirittura perdevamo, partite incredibili, dopo aver meritato ben altro esito che ci avrebbe fatto anche salvare. I tifosi comunque si erano accorti del nostro valore ed impegno. Pagammo quasi solo l’inesperienza. Altrimenti ci saremmo sicuramente salvati”.

Nonostante l’annata sfortunata, c’è stato il tempo di scrivere la storia della Serie A con il 2-3 in casa della Roma che tolse il Tricolore ai capitolini. Ricordi di quel match?

“Quella vittoria non fu un caso, né un colpo di fortuna. Noi eravamo una bella squadra, non da ultimo posto, e senza pressioni né nulla da perdere lo dimostrammo. Anche dopo lo svantaggio, restammo tranquilli, consapevoli di essere già in B. Per questo riuscimmo ad impiegare tutte le nostre forze. Loro erano troppo sicuri di vincere, ci sottovalutarono e alla fine non riuscivano a crederci di aver perso. Credo che ad un certo punto avessero pensato che eravamo stati pagati per giocare così bene, per dare di più, ma ovviamente non fu così. Eravamo solo tranquilli di fare il nostro gioco contro una squadra che pensava di aver già battuto il piccolo Lecce. E alla fine perse gara e Scudetto”.

Davvero un gruppo di poliziotti romanisti cercò, anni dopo dopo, di vendicarsi?

“Qualche anno fa tornai in Italia per un’amichevole-amarcord qui a Lecce. Al ritorno, mentre ero a Fiumicino, un gruppo di poliziotti mi fermò, iniziando dei controlli extra che mi spaventarono tantissimo. Dopo tante domande e dopo avermi messo sottosopra la valigia, mi chiesero se fossi lo Juan Barbas calciatore e, al mio annuire, mi dissero che ero quel ‘bastardo’ che aveva fatto perdere lo scudetto alla Roma. Dopo quelle finte minacce, si misero a ridere, dicendo che avevano voluto farmi uno scherzo“.

Dopo la retrocessione, un’altra delusione arrivò dal primo anno in Serie B. Quanto fu brutto perdere a San Benedetto nonostante l’esodo di salentini al seguito?

“Dopo un po’ di fatica con Santin, arrivò Mazzone a raddrizzare le cose e spingerci a un passo dalla A. Per me fu un anno bellissimo, in cui segnai tanti gol. La società fece grandi sacrifici con nuovi acquisti. Ricordo l’indimenticabile spareggio di Pescara vinto con la Cremonese, ma purtroppo anche quello di San Benedetto perso con il Cesena. C’era una marea di tifosi giallorossi, fu incredibile. Io non giocai, dunque tornai in macchina. In ogni autogrill che mi fermavo in autostrada vedevo la nostra gente piangere. Immagini che non dimenticherò mai, così come la festa dell’anno dopo”.

Ecco, un altro anno e il Lecce torna in Serie A. I ricordi più belli di quella storica stagione?

Ci riscattammo alla grande. Eravamo già competitivi dalla stagione precedente, poi arrivarono grandi giocatori come Baroni, Benedetti, Terraneo che ci consentirono di fare il salto di qualità. Eravamo una squadra fortissima, la A fu una normale conseguenza. E ricordo la festa straordinaria all’ultima al Via del Mare, con Bruno Petrachi che cantava e tutti i Lecce Club in festa. Uno stadio così fu indimenticabile”.

Eppure pochi giorni dopo ci fu il rischio di vederti salutare, direzione Napoli. Come andò?

“Nell’estate del 1988 per un passo non andai al Napoli. Maradona mi voleva con sé, gli azzurri si fecero avanti con il Lecce e io lo anticipai a Diego, che era contentissimo. Poi però acquistarono Alemao, e per le regole sugli stranieri io rimasi nel Salento. E fui comunque ben contento, naturalmente”.

E per il Lecce fu un nuovo “colpaccio”, fondamentale per le due salvezze di fila conquistate, le prime della storia del club in Serie A. Che squadra era quella di Mazzone?

“Era una Serie A di altissimo livello, ma il nostro Lecce fu pienamente all’altezza. Giocavamo davvero bene grazie ai dettami del nostro tecnico e alle qualità dei singoli, avevamo tanti giovani, soprattutto leccesi. Eravamo un po’ come l’Atalanta di oggi. Andavamo a fare il nostro calcio e giocare bene ovunque, e le due salvezze con record di posizionamento del Lecce in A furono la normale conseguenza, così come le tante imprese firmate. Fossimo rimasti tutti avremmo potuto portare quel club davvero in alto”.

Che rapporto avevi con Carletto Mazzone?

“Ho avuto grandi tecnici in carriera, davvero. Compreso Fascetti, che mi ha insegnato il calcio italiano. Ma Mazzone fu più di un tecnico, fu davvero un padre per me. Quando avevo problemi lui mi aiutava, mi chiamava sempre, era attento ad ogni cosa. Una volta litigammo perché io ero il capitano e lui, pretendendo maggiore leadership da me, disse ‘capitano del cazzo, sveglia i tuoi compagni!’. Io gli risposi di non rompermi le palle, che se voleva poteva farlo lui il capitano. Poi vincemmo quella partita, e al ritorno mi chiamò da lui in albergo. Mi confidò che con me era pressante perché se non poteva dirlo a me che ero il migliore, a chi doveva dirlo? Io gli dissi che fu solo un momento di stizza per me, ma lui era davvero preoccupato che me la fossi presa. Invece, ovviamente, era tutto ok”.

Non è un caso che l’addio di Mazzone coincise con il benservito del club a Beto Barbas. Quale fu la dinamica della tua cessione?

“Ricordo la doppietta all’Ascoli nel match-salvezza del 1990, i miei ultimi gol nel Lecce. Sarei voluto rimanere al Via del Mare e scrivere ancora tante pagine di storia per il Lecce, ma non fu così. Dopo il match con l’Ascoli, arrivò l’offerta del Monaco. Era un’offerta difficile da rifiutare, sia per la mia crescita di carriera, che per il club salentino, anche se io non volevo andar via. Alla fine i monegaschi presero Rui Barros, e non se ne fece nulla. Così io ero felice e tranquillo di giocarmi ancora la A con il Lecce, tant’è che Cataldo mi disse anche di andare al mare tranquillo e godermi le vacanze. Una mattina però, leggendo il giornale, venni a sapere che il Lecce aveva preso Alejnikov. Chiesi spiegazioni, e mi dissero che Boniek, con il quale non avevo avuto alcun problema, mi aveva messo fuori squadra. Così fui costretto a salutare il Salento, cercando altri lidi”.

Come furono le stagioni seguenti in un contesto totalmente diverso da quello salentino?

“Dopo Lecce mi accasai al Locarno, in Svizzera, non avendo trovato altri club nel poco tempo a disposizione. Non me la sono vissuta benissimo, troppa differenza con il Salento tra freddo e mancanza di calore nella gente. In più la mia famiglia rimase a Lecce, quindi ero solo. Già l’anno dopo, ma anche quelli successivi sempre dalla svizzera, tentai di tornare, ma i giallorossi avevano già due stranieri. Peccato per quella regola che mi impedì di chiudere la carriera nel club che tanto ho amato. Ci fossi riuscito, probabilmente oggi sarei ancora nel Salento“.

Quali sono stati i tre gol più belli e/o importanti messi a segno con la maglia del Lecce?

“Ci metto la bomba su punizione entrata dopo aver preso la traversa con il Genoa, poi il centro nella sfida salvezza con il Torino. E, infine, una rete nel 1985 con l’Udinese, significativa perché era appena morta mia suocera”.

Beto Barbas a Lecce è un’icona, tant’è che a te è dedicato uno dei cori più celebri mai intonati dalla tifoseria giallorossa. Cosa provavi quando ascoltavi la gente cantare ‘Beto, Beto, Beto, mina la bomba, mina la bomba’?

“Già solo parlare di quel coro mi emoziona tantissimo. Sentire il tuo nome da un pubblico come quello leccese fa tremare le gambe per le belle sensazioni, ma al contempo ti carica in modo straordinario. Per me è impossibile dimenticarle, così come non dimenticherò mai il boato del Via del Mare quando andavo sulla palla per battere una punizione. Ogni volta che incontro un salentino qui in Argentina, nemmeno il tempo che mi veda e subito parte il coro. Che poi per anni ho pensato dicessero tira, solo poi ho capito che era un ‘mina’. E’ una parola dialettale? Questo me lo stai facendo scoprire ora. Eppure il dialetto lo capivo benissimo, meglio che l’italiano. Merito dei tanti leccesi in squadra, i vari Moriero, Monaco, Conte, Maragliulo, Ciullo, Luceri, Miggiano, Levanto. Tutti grandissimi salentini che mi hanno fatto capire tanto della vostra cultura”.

C’è qualcosa della cultura salentina e italiana che ti colpì particolarmente, soprattutto all’inizio?

“Voi salentini avete una capacità di accogliere e far sentire le persone come a casa loro che è straordinaria. A livello più generale, mi colpì molto, nel primo ritiro, vedere fumare i calciatori dopo gli allenamenti. Da noi in Argentina, ma anche in Spagna, questo non accadeva, e rimasi molto spiazzato”.

L’ultima volta che sei tornato nel Salento è stata cinque anni fa per un match-amarcord nel trentennale della prima promozione giallorossa in Serie A. Anche lì grandissima accoglienza?

“Fa sempre un piacere enorme rivivere certi momenti, incontrare i vecchi compagni e rivedere una città che amo, così come la sua gente. Ovviamente sono stato accolto da re, qualcosa di indimenticabile. Ricordo benissimo una festa con gli ultrà in un pub. Erano tutti felici, molti di loro pur essendo stati piccolissimi ai miei tempi si ricordavano ogni cosa. Essere rimasto nel cuore di tutti come un grande calciatore e un grande uomo ha un valore inestimabile. Spero di rivedervi tutti molto presto”.

In calce al pezzo il video-saluto di Beto Barbas ai lettori di CalcioLecce.

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