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Amore-orgoglio ma anche polso e razionalità: come valutare e ripartire ancora

A neanche ventiquattr’ore dal pareggio che costa l’eliminazione, la mente è già proiettata al futuro immediato.

Dopo nove mesi intensissimi segnati da due delusioni cocenti per il modo in cui sono maturate c’è stanchezza, tanta stanchezza. La rincorsa pazzesca del finale di campionato ha regalato una possibilità incredibile, che il Lecce ha gettato al vento. Badate bene, l’espressione appena usata è da intendere come dato di fatto, senza alcuna chiave “polemica”. Aver perso i 4 punti di vantaggio sulla Salernitana, dopo averla battuta meritatamente, resterà il rimpianto maggiore di un’impresa mancata. Anche qui l’espressione non è casuale. Corini, nelle interviste di ieri sera, (qui le parole rese dal trainer ai microfoni di Dazn e in conferenza stampa) ha titolato così la sua prima stagione da allenatore del Lecce, annata in cui a suo dire è mancato solo il pizzico di fortuna che manca nelle grandi imprese.

“IMPRESA MANCATA”. Difficile dargli totalmente torto. Senza andare a esaminare esempi di squadre più quotate come l’Italia del 2006, l’Inter di Mourinho o la Roma Campione d’Italia nel 2001 (tre squadre non propriamente “dominanti” alla vigilia che hanno suggellato il loro successo in crocevia – anche – fortunosi), si può pensare al Lecce di Liverani: indimenticabile la rabbiosa rimonta col Livorno o i mille episodi (Sabelli-rosso, gol sfiorato da Torregrossa e non solo) accaduti durante Lecce-Brescia 1-0. Volendo restare nell’ambito dei dati di fatto, la “colpa”, chiamiamola meglio diversità, è quella di non esser stati oggettivamente più forti e più continui rispetto ad altre annate. Il pensiero va alla promozione sotto Papadopulo, raggiunta solo dopo i playoff nonostante 83 punti, o al Lecce 2009/2010 col suo dominio tanto inaspettato quanto glorioso. Quest’ultima, forse, è il metro di paragone adatto con il campionato appena concluso. Da una parte, un all in raggiunto quasi senza puntare, dall’altra, stando almeno ai programmi ufficiali, una stagione in cui si sono gettate le basi che poteva finire in trionfo. E trionfo non è stato perché si sono fatti degli errori. Indipendentemente dalle critiche da bar, che fanno parte del circus, vita, sport e calcio però non sono fatte solo di bianco e nero, saper leggere e la sfumatura di grigio sarà una grande qualità per poi ripartire col piede giusto.

GLI ERRORI. Chi scrive crede che nello sport il concetto di fallimento sia ascrivibile a pochissimi casi. Dalle sconfitte si immagazzinano miglioramenti, coscienza di sé e capacità di posizionare realmente l’asticella delle proprie possibilità. L’oggettività, forse noiosa da ripetere ma necessaria, ci parla di un campionato iniziato senza allenatore, con una rosa, da rimpolpare numericamente e qualitativamente, con qualche (legittimo eh) “scontenti”, delle sicurezze e altre incognite su cui puntare. Altrettanto oggettivamente si è notato che a un certo punto si è persa la bussola e il limite palesato dal Lecce si è denotato nell’incapacità di reagire a botte psicologiche subite dopo gare in cui si produceva senza capitalizzare. Lo ha ammesso anche Corini nelle disamine di ieri portando i suoi rimpianti alle partite con Cittadella e Monza più che al playoff.

CHE TIPO DI AMORE? Chi sta leggendo questo pezzo (suppongo un buon 70 percento) è un tifoso del Lecce che dentro ha sentimenti contrastanti: delusione, rabbia, stupore, ricerca dei colpevole per darsi pace, ma perlopiù qui dentro siamo tutti innamorati della stessa cosa e vogliamo solo il bene, nel breve e magari nel lungo termine. L’amore passivo e incondizionato senza valutazione alcuna però rischia di essere tossico, anticamera di accettazione e disillusione.

CONFRONTO FAMILIARE. Essere totalmente equilibrati quando si è innamorati, lo è la dirigenza, lo è ovviamente la tifoseria, lo è parte della stampa, è difficile, ma è un lavoro necessario per incanalare positivamente le energie verso quel bene supremo di cui prima. Amore è sì emozione ma anche razionalità nel fare la scelta giusta per costruire e non distruggere, prendendosi altri rischi o andando avanti con le proprie convinzioni. Già nel post gara di ieri si è parlato dell’immediato futuro, che, a differenza dei ritmi serrati dell’anno scorso, conoscerà una piccola pausa, necessaria. Ci sarà sicuramente un confronto schietto tra la società, Pantaleo Corvino e Eugenio Corini. Le parti confronteranno le proprie valutazioni sul campionato fatto e decideranno se proseguire sulla scorta del progetto triennale o meno.

CRESCERE.Serve un analisi lucida in vista della scelte future“, la chiosa del presidente Sticchi Damiani in un’intervista rilasciata ieri nel post gara muove già nella direzione giusta. Il focus del confronto allenatore-dirigenza si muoverà senza dubbio sul crollo finale e sul peso da assegnare ai vari fattori per non incorrere in analoghi errori di valutazione, in campo e fuori. Banalizzare questo concetto, difficile da rendere concreto, è un lavoro difficile, a maggior ragione quando non è passato neanche un giorno dall’eliminazione. Una metafora calzante potrebbe essere la seguente: il Lecce ha ben tracciato la strada da seguire durante una tempesta (retrocessione, implicazioni economiche Covid, assenza di pubblico e situazioni tecniche e di spogliatoio che hanno caratterizzato l’annata), ma si è inciampati in delle buche che hanno impedito la realizzazione di un altro tempo record come la doppia promozione targata Meluso-Liverani. Attenderemo l’esito delle valutazioni e, sempre con quell’amore non solamente romantico, ripartiremo con dentro un bagaglio di nozioni e consapevolezze. Tutti.

Buon riposo Lecce. Ne hai bisogno per ripartire ancora più forte. Lo devi fare facendo le scelte giuste, mosso da un amore non morboso ma pragmatico, figlio della realtà circostante e proattivo. “Ho dato tutto quello che avevo dentro”, ha sancito Saverio Sticchi Damiani in chiusura. E’ questo il monito che alla fine di ogni stagione tutte le componenti dovranno poter dire sempre dopo una sana analisi interiore.

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